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Ciò che non tradisce


 

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«Cosa manca al vecchio?».

Il fioraio era curioso quanto Hektor. La storia dei cinquemila pezzi l’aveva distratto momentaneamente, ma subito, la sete di Buio, lo colpì alle spalle, come un’ombra spuntata dal nulla.

«È lo spazio che manca. Quando saprò ogni cosa, vedrai che tutto sarà più semplice. Il vecchio inghiotte Buio, a volerlo consumare, ma cammina con una lanterna. Una debole fiaccola che l’avvolge in un alone di mistero. Pare Diogene».

«Chi, quel filosofo famoso e pazzo?!».

«Esatto. Quello che pisciava per strada e defecava dove gli pareva!» – rispose Hektor.

«Questa non la sapevo!» – sbalordì il fioraio.

«… e viveva in una botte. Come i cani, cercava ossa e verità. L’uomo e la fedeltà. Ma aveva poco spazio, a mio parere!».

«E certo, per vivere in una botte!».

«Appunto. È lo spazio che manca!» – disse, e sospese, nella stanza semi buia, altre tre candele fresche.

«Come mai sei colori?».

«Così preferisce: colori diversi».

«Dobbiamo saperne di più, Hektor. Devi scavare, voglio sapere!».

Mollò la presa e abbandonò come cadaveri, strascichi di cera smilzi.

Era più corda che cera. Più scheletro, che sostanza.

«Annusa!».

Sbigottì come appena sveglio. Non gli pareva che qualcosa di nuovo stesse sorgendo, ma il fioraio, non fece una grinza.

«Cosa dovrei annusare, Hektor?».

«Questo!» – e indicò il fascio che stava colando sul piano di lavoro.

Lentamente si avvicinò, strisciando in punta di piedi: erano quegli scatti che temeva, quei passaggi bruschi da zone note alla notte delle volontà. Conosceva quelle occhiate di Hektor, e non le gradiva per niente. Il fatto che, proprio lui, fosse costretto ad una condizione d’imperativo, gli reprimeva le forze, le capacità olfattive, la fonte della sua unicità.

Accostò le narici al blando pigmento cerato, e inspirò ad occhi chiusi.

«Non sento nulla».

«Prova ancora. Muoviti!».

Era come immobilizzato sul quel tavolo, legato ad un cappio come le candele appese ad asciugare.

Provò ancora.

«Niente, Hektor … non sento niente …».

Una mano gli compresse il capo, il naso affondò in quella cera, il viso spiaccicato sul tavolo.

Hektor inchiodò il fioraio al suo tavolo, come un estratto dell’arte, la sua. Chiunque fosse da quelle parti, era cosa sua, un grezzo pezzo di cera da modellare a suo piacimento, secondo le ispirazioni.

«E ora, cosa senti, giardiniere!? Annusa, dammi un tuo parere, esprimi la tua abilità, illuminami!».

«Hektor mi fai male, pezzo di idiota!».

«Non avvicinarti mai più da queste parti, giardiniere! Io faccio luce, o creo il buio se mi pare. Tu assaggi profumi e vesti di essenze i clienti. Io li mostro al mondo intero, tu li copri di fragranze, oscurandone i cattivi odori. Se è merda, è merda anche al buio: il fetore, non tradisce. Né un profumo ne migliorerà il destino!».

Allentò la presa e rigettò il fioraio lontano. Nel cono d’ombra della taverna.

(Metà carne, metà ricordo – David & Matthaus Edizioni)

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Recensione di “Metà carne, metà ricordo”


Un romanzo così puoi solo scalfirlo poco per volta, fino a quando non acchiappi quella “linea di confine” e inizi a farne parte con tutto te stesso. Ho letto con curiosità la storia di questo assurdo personaggio, per poi scoprire alla fine che si trattava di un malato, di un borderline, precisamente. Mi sono informata allora che tipo di malattia fosse e, dalle tante testimonianze lette, ho capito che si trattava di una patologia emozionale, che riguardava i sentimenti. Di qui quella fantastica poesia di Ritsos che si legge all’inizio.

Il tuo corpo tagliato
da una lama di luce –
per metà carne,
per metà ricordo.
Illuminazione obliqua,
il grande letto
intero,
il tepore lontano,
e la coperta rossa.
Chiudo la porta,
chiudo le finestre.
Vento con vento.
Unione inespugnabile.
Con la bocca piena
di un boccone di notte.
Ahi, l’amore.

Si tratta di amore e di paura, si tratta di ricordo, di impressioni, di abbandono. Così scopro che uno ad uno, tutti i personaggi del racconto, vivono di amore e di abbandono: i nonni, amorevoli verso il piccolo Hektor e abbandonati dalle figlie (Concetta e Sara); Sara, abbandonata da Filippo e il Agostino; il Fioraio, abbandonato da Amelie; Pierrot, che non vuole lasciar andare via i suoi orfanelli; il Mezzo Piede, lontano dal suo malleolo; il PiegaPiaghe che non vuol allontanarsi dal suo Hektor; ed Hektor, emblema di queste anime amate e abbandonate, vittime di un passato ma fieri di un presente che in fondo, non può far paura, perché all’interno della bottega del candelaio, trovano le risposte per ciascun angolo buio non ancora chiaro. E’ un romanzo duro, uno stile non comune forse per il fatto stesso che invita ad abbassarsi per entrare nella bottega di Hektor in punta di piedi, scalfendo poco per volta, gli angoli ostili di un personaggio senza dubbio vittima della sua stessa malattia.
Una storia unica nel suo genere che si chiude con un colpo di scena: la verità. Infatti a scrivere la storia è “Hektor” stesso, questo borderline che si nasconde attraverso personaggi, per simulare e decifrare la malattia che vive. In qualche modo credo che la affronti e le dia un nome… a differenza dei nomi assurdi che incolla ai suoi personaggi. E allora credo ci sia più di un motivo, più di senso da leggere dietro le vicende di “Hektor” perché, tra le tante ‘curiosità’ ho scoperto che proprio la paura dell’abbandono crea nei borderline il motivo scatenante dei loro raptus emozionali. Mi chiedo quindi, quanto di borderline ci sia in ciascuno di noi, quanta gelosia, quanta avarizia, quanta prepotenza nei rapporti, al solo fine di non perdere la persona amata.

(P.)

Il fioraio


Immagine

Lo zelo col quale il fioraio roteava l’asticella palmata, aveva del sacro.

L’avresti potuto chiamare cucchiaino, ma sarebbe parso un luogo comune.

Invece lui, il fioraio, creava forme d’aria e voluttuosi spasmi di crema al caffè. E quella non sembrava nemmeno una tazzina.

Infine, non sazio d’incanto, intingeva la punta del naso nel palmo dell’arnese. E inspirava.

Tirava su come in preda a un raptus.

Avresti potuto chiamarlo pazzo, ma era semplicemente un fioraio.

Poi chinava il capo come una danzatrice, in espressioni di gentile incanto e lievi sorrisi.

Non l’avresti definita nemmeno una semplice colazione, piuttosto un’intensa relazione carnale con preludio, intermezzo e peccato finale.

Il fioraio era così.

Un artista comune catapultato dal niente, in un presente dove semi di azalee e chicchi d’orati sparsi, non erano mai un’ottima creazione, ma un semplice intrattenimento per la sopravvivenza.

Ne aveva di scuse da mostrare, ma preferiva tacere.

S’incollava al bavero del cliente e ci strofinava sopra le larghe narici. Immobilizzando la vittima, sfilava quel capello di troppo, adagiato sulla manica, e percorreva tutto d’un fiato la strada, fin giù al polso.

“Peonia. Sei uno da peonia”. – e non aggiungeva altro.

La naturalezza con la quale dispensava verdetti, somigliava spesso all’estasi: un rapimento di sensi, grazie al quale entrava in sintonia col suo interlocutore.

E annusava. Sempre.

Non vi erano buone fragranze, né pessimi odori: vi era l’humus, e quello bastava per disinibire formule chimiche e addensamenti cellulari, singolari. Ogni individuo ne indossava uno, lo vestiva propriamente, e al fioraio occorrevano pochi secondi per capire di che pasta eri fatto.

(da Metà carne, metà ricordo – Artemuse Editrice)