Un abito nuovo per Hektor


Credo che l’animo di un personaggio come Hektor abbia solo iniziato a mostrarsi, perché vive di umanità, di sentimenti primordiali e non crede che tutto possa chiudersi in una favola a lieto fine. Vuol raccontare dell’amore, del significato delle parole che spesso pronunciamo senza un contenuto che esprima davvero qualcosa. Hektor vuol scendere nel profondo e sradicare la corteccia, come sempre vuol conoscere la verità.”

Anteprima di “Metà carne, Metà ricordo” II edizione in promo

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Ciò che non tradisce


 

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«Cosa manca al vecchio?».

Il fioraio era curioso quanto Hektor. La storia dei cinquemila pezzi l’aveva distratto momentaneamente, ma subito, la sete di Buio, lo colpì alle spalle, come un’ombra spuntata dal nulla.

«È lo spazio che manca. Quando saprò ogni cosa, vedrai che tutto sarà più semplice. Il vecchio inghiotte Buio, a volerlo consumare, ma cammina con una lanterna. Una debole fiaccola che l’avvolge in un alone di mistero. Pare Diogene».

«Chi, quel filosofo famoso e pazzo?!».

«Esatto. Quello che pisciava per strada e defecava dove gli pareva!» – rispose Hektor.

«Questa non la sapevo!» – sbalordì il fioraio.

«… e viveva in una botte. Come i cani, cercava ossa e verità. L’uomo e la fedeltà. Ma aveva poco spazio, a mio parere!».

«E certo, per vivere in una botte!».

«Appunto. È lo spazio che manca!» – disse, e sospese, nella stanza semi buia, altre tre candele fresche.

«Come mai sei colori?».

«Così preferisce: colori diversi».

«Dobbiamo saperne di più, Hektor. Devi scavare, voglio sapere!».

Mollò la presa e abbandonò come cadaveri, strascichi di cera smilzi.

Era più corda che cera. Più scheletro, che sostanza.

«Annusa!».

Sbigottì come appena sveglio. Non gli pareva che qualcosa di nuovo stesse sorgendo, ma il fioraio, non fece una grinza.

«Cosa dovrei annusare, Hektor?».

«Questo!» – e indicò il fascio che stava colando sul piano di lavoro.

Lentamente si avvicinò, strisciando in punta di piedi: erano quegli scatti che temeva, quei passaggi bruschi da zone note alla notte delle volontà. Conosceva quelle occhiate di Hektor, e non le gradiva per niente. Il fatto che, proprio lui, fosse costretto ad una condizione d’imperativo, gli reprimeva le forze, le capacità olfattive, la fonte della sua unicità.

Accostò le narici al blando pigmento cerato, e inspirò ad occhi chiusi.

«Non sento nulla».

«Prova ancora. Muoviti!».

Era come immobilizzato sul quel tavolo, legato ad un cappio come le candele appese ad asciugare.

Provò ancora.

«Niente, Hektor … non sento niente …».

Una mano gli compresse il capo, il naso affondò in quella cera, il viso spiaccicato sul tavolo.

Hektor inchiodò il fioraio al suo tavolo, come un estratto dell’arte, la sua. Chiunque fosse da quelle parti, era cosa sua, un grezzo pezzo di cera da modellare a suo piacimento, secondo le ispirazioni.

«E ora, cosa senti, giardiniere!? Annusa, dammi un tuo parere, esprimi la tua abilità, illuminami!».

«Hektor mi fai male, pezzo di idiota!».

«Non avvicinarti mai più da queste parti, giardiniere! Io faccio luce, o creo il buio se mi pare. Tu assaggi profumi e vesti di essenze i clienti. Io li mostro al mondo intero, tu li copri di fragranze, oscurandone i cattivi odori. Se è merda, è merda anche al buio: il fetore, non tradisce. Né un profumo ne migliorerà il destino!».

Allentò la presa e rigettò il fioraio lontano. Nel cono d’ombra della taverna.

(Metà carne, metà ricordo – David & Matthaus Edizioni)

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Ed eccomi qui a presentarvi un’iniziativa editoriale alla quale ho aderito fin da subito: tutti i miei titoli alla metà del prezzo. Mi piace pensare che sia il passo in più che un editore sceglie di fare per andare incontro al lettore, per farsi apprezzare e conoscere, perché se è vero (e non ditemi il contrario!) che i libri migliori non sono solo in libreria, è altrettanto vero che il lavoro di un saggio editore passa anche attraverso scelte audaci: bisogna rischiare per crescere.
E allora per Natale acquistate un titolo diverso, nuovo: cliccando il link in basso accederete direttamente alla pagina dello store… Mi piacerebbe allo stesso modo leggere i vostri commenti, le vostre opinioni, le vostre critiche. I libri non devono ingannare il lettore ma condurlo alla riflessione. È questo che scelgo di fare con le mie storie… Alla prossima!

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Il tempo non ha colpe


 
Niente più di ciò che vedeva davvero la trafisse (come se la verità dietro le cose celasse non solo la formula delle formule ma anche la soluzione a qualsiasi tipo di enigma) quanto la durevole ostinazione del tempo che riusciva ad appesantire persino il nulla colorato di polvere e vacue ombre. 
All’interno della torre dell’orologio vecchio Ester ci finiva sempre, in un modo o nell’altro, sin dai tempi dell’infanzia quando ci giocava a nascondino col suo papà: riservava allo stesso modo l’inganno e la giusta attesa per l’ennesimo appuntamento con Ricky perché tanto qualsiasi cosa al di fuori di quella torre poteva mettersi in pausa senza che fosse dichiarata come ritardo. C’era un punto, poco oltre la curva a gomito della siepe di bosso, nel quale ci si poteva tuffare e, strisciando lungo la parete di cinta, affondare in un pertugio divorato dal tempo, dove le pietre erano state rimosse e, chiunque conoscesse il segreto, avrebbe potuto insidiare la fallace protezione. Ester era cresciuta strisciando e consumando le spalle, serbando allo stesso modo il segreto del passaggio. Ed era tutto nei suoi occhi: sospirava davanti alle bocche di stupore delle sue amiche quando annunciava che, ancora una volta, c’era stata.

“Quando poi piove, guardare il paese affacciata sulle nuvole, mi fa sentire dio: lo scolo delle acque e le fogne sono troppo distanti, così prendo tutto il bello che dalla pioggia può nascere”.

Quel pomeriggio ci tornò di nuovo. La stessa curva di bosso, lo stesso muro, la scalinata stretta che girava intorno alla torre, infine la grande sala dell’orologio. Dodici rampe per cinque scalini, sessanta passi, un minuto di ascesa per ritrovarsi sola con tutto il mondo in basso. Ci pensava fiera con la medesima secchezza di sentimenti con i quali la grande ruota dietro le lancette rubava denti al mulino che poggiava sul cuore del marchingegno. Qualche volta si era avvicinata così tanto al meccanismo da poter sentire il profumo del grasso, del ferro robusto, del legno pregiato.
‘Il profumo del tempo’ aveva pensato.

Ma non quel pomeriggio.

C’era troppa nebbia intorno, l’umidità aveva coperto persino la sala dell’orologio penetrando attraverso le fessure della torre e lì giù, nel mondo in basso, si sentiva l’eco di umanità che rientrava a casa, e lo faceva nel modo più normale. Troppo normale per un pomeriggio di foschia intensa.

Ester pattinava con lo sguardo da un lembo all’altro del paesaggio, a tratti ci scivolava sopra perdendo l’equilibrio delle immagini e delle cose. 

Era tutto così confuso. Così laggiù, come lì in alto da lei. 

Il singhiozzo del marchingegno nella sala del tempo non faceva altro che suggerirle la fuga, abbandonare quello spazio asettico e scandito da battiti crudi e tuffarsi nella confusione di quel panorama, dove i rumori si mischiavano ai profumi, si perdevano, saltavano fuori e infine colpivano fino a inzuppare le ossa.

C’era sempre una risposta che rintoccava in quella sala e ciò che Ester ascoltava era nient’altro che il suo modo comune di mettere ordine alle cose, un elenco numerato che aveva scandito sino ad allora le età e le stagioni, riponendole l’una dietro l’altra in una coda di avvenimenti che avevano scritto la sua storia. 

Questa era la pace, il più delle volte un rifugio. 

E poi c’era quell’incognita che mandava fuori tempo ogni progetto, la scansione ordinata degli eventi, che rimbalzava nella sua vita tra un traguardo e l’altro, tra un successo e l’aspettativa di tempi migliori. Attendeva con eleganza e determinazione che i rintocchi dell’orologio vecchio segnassero anche quelli, i tempi migliori in cui poter finalmente assegnare un numero al suo Ricky, quell’anima fuori tempo che il caso le aveva consegnato senza progetto. 

Così quel pomeriggio si mise in ascolto dei secondi che divennero minuti: ogni scatto di lancetta vibrava sulla pelle come uno schiaffo, ma a quelli Ester era abituata, non perché frutto di esperienza quanto perchè aveva scelto di sentirli e strozzarli fra i denti, in una frazione di secondo nel quale annichiliva qualsiasi reazione, ché tanto tutto passava. 
I minuti diventano ore. 

Le ore diventano giorni.

I giorni diventano stagioni.

Ed infatti tutto passava davvero senza che Ester avesse davvero realizzato il numero da attribuire a Ricky.

“Ciò che non scegli, il tempo lo cambia perché le cose si trasformano comunque. Le persone cambiano di conseguenza”.

Il messaggio di Ricky non provocava conseguenze, ma assoluzioni: liberava Ester da qualsiasi responsabilità, lo relegava tra ‘le cose che dovevano finire così, senza che lei davvero potesse far nulla.                 

Pensava di avere del tempo, ancora secondi a disposizione, ma, suo malgrado, c’era solo nebbia. Sedette con le spalle al muro, le braccia a raccogliere le ginocchia e i rintocchi a percuoterle il viso. Sapeva cosa fare, non era complicato, ma tutto il mondo lì in basso era confuso. Sollevò lo sguardo verso la cima della torre e scorse della fuliggine bianca che aleggiava intorno agli angoli: la nebbia era giunta fin lassù, fino oltre lei, oltre ogni sua aspettativa.

La confusione adesso non aveva più un luogo definito perché la avvolgeva completamente, mentre il mondo lì in basso continuava la sua esistenza nel miglior comune modo di vivere.

Perse l’orientamento e i suoi numeri, i suoi elenchi e ogni straccio di progetto: la nebbia inghiottì le forme e le certezze e, con esse, parve dissolversi ogni rintocco. Nessun secondo poteva divenire minuto, semplicemente perché era un altro attimo che non poteva raccontare a nessuno ma doveva nascondere a se stessa. 

Temeva il tempo perso ma ne era vittima, così come era vittima dello stesso percorso che girava alla curva di bosso, al pertugio scavato nel tempo, alle spalle abituate a strisciare, alle scale che segnavano la giusta distanza tra il suo tempo e il mondo in basso.

Pensò che forse il luogo adatto per questo tipo di riflessioni dovesse essere chiuso in una discesa, dalla torre al mondo in basso, accanto al muro di cinta della torre, subito fuori il pertugio e la siepe di bosso. Ebbe il sospetto di aver sbagliato tutto e di essersi cacciata in una trappola che alla fine conteneva la stessa nebbia che mascherava il paese in basso.

Così ciò che vedeva era ciò che davvero la trafiggeva perché la verità dietro le cose non celava nessuna formula tanto meno la soluzione ad alcun tipo di enigma, quanto la sua durevole ostinazione nel tempo che riusciva ad appesantire il nulla colorato di polvere e vacue ombre. Non era la nebbia in sè ma la leggerezza con quale s’intrufolava in cima alla torre. 

Proprio come quella foschia, esattamente come lei. 

Era nebbia, leggera, insostenibile in nessun luogo perchè insostenibile era la colpa del tempo. Scese le dodici rampe lentamente, tastando i passi chè solo grazie a quelli poteva sentire d’essere viva. Ci impiegò più del solito minuto chè la paura di cadere la mandava fuori tempo, oltre i rintocchi, oltre i progetti allineati nei suoi elenchi. Sostò davanti all’ingresso ma non scelse la solita scorciatoia, il percorso dei rifugiati.

Procedette fiera verso il porticato, verso quel tappeto che introduceva alle cerimonie ufficiali e attraverso il quale era lecito entrare ed uscire. Estrasse il fermo sui battenti e cacciò dalla borsa il chiavistello che il padre le aveva donato come porta fortuna poco prima di lasciare il suo posto da custode.

“Forse era necessario accedere dal porticato” pensò tra sè.

Forse aprendo le porte la nebbia si sarebbe diradata tutt’intorno.

Forse l’unica via da battere era la principale, chè le scorciatoie sono tali solo se non fanno perder tempo.

Loretta del “15” sempre al nord


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La vita qui in paese gira come in un documentario. Gli abitanti seguono un copione nel quale non è tanto il ruolo il fattore determinante, quanto la posizione. C’è Loretta, per esempio, che trascorre la giornata sulla rampa di casa sua, lucidando maioliche acquistate in diversi pellegrinaggi. A dire il vero, la fantasia non è proprio il suo miglior pregio, dal momento che l’intera facciata è tappezzata dallo stesso numero civico variopinto e lavorato da diversi maestri della ceramica: dovreste vederla con quanta passione strofina quel numero quindici – che è il civico in questione – ondeggiando col suo bacino largo per tutta la scalinata. Ora che la osservo meglio, ne ha piazzati quattro anche sulla cornice superiore dell’ingresso. Ad occhio e croce, ne conto ventisette e per spezzare la monotonia del paesaggio, ci ha messo pure delle ceramiche che rappresentano il sole e la luna. In basso campeggia un’ultima maiolica con la scritta “Salve”. E dire che Loretta non avrebbe più l’età per spostarsi tanto, ha settant’anni passati e a mio parere dovrebbe smetterla di andarsene in giro per santuari, giacché non credo che in tutta l’Italia ci siano così tanti luoghi di pellegrinaggio degni di un viaggio noioso e di un ennesimo numero quindici da acquistare. L’arte di Loretta, il suo posto, vive su quelle scale: la potreste beccare a lucidare maioliche a qualsiasi ora della giornata, e secondo me, lei ci ‘vive’ anche per vigilare che nessuno, fosse anche per scherzo, gliene faccia sparire qualcuna.

Loretta ci ha la passione del numero “quindici” si direbbe, eppure una storia alle spalle ce l’ha avuta. Affari di cuore, dicono, perché anche lei, una volta, è stata innamorata. Uno di passaggio, un certo Emanuele del nord. Dicono che ci aveva i parenti da queste parti e ogni estate scendeva giù per passare le vacanze nel brindisino. Dopo un po’ di anni Emanuele del nord si dimenticò dei parenti e del sud, lasciando Loretta sulle scale di casa ad attendere invano il suo ritorno. Forse la storia dei pellegrinaggi è una scusa per andare al nord e vedere se le è capace di ritrovare Emanuele; forse la storia di Loretta sulle scale è solo la verità per vedere quanta gente ancora ride di lei.

Ecco, Loretta per quanto stabile, non ha ancora trovato pace, non sa di preciso dove stare, se al nord o sulle scale di casa sua, nonostante gli oltre settant’anni suonati cantino una nenia che racconta nostalgia. Eppure avrebbe potuto innamorarsi di un turista qualsiasi: ne scendono sempre tanti da queste parti. Loretta invece aveva scelto Emanuele del nord, nonostante non si fossero mai scambiati una sola parola.

Un chilometro di devozione e fatica


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Ci sono delle cose che quando le guardo, mi fanno pesare di più.

Una persona incollata alla finestra a fissare il vuoto; il sentiero battuto dalla pioggia che lascia piccole impronte di goccia; un petalo che si stacca dal ramo e cade dondolandosi nel vuoto; l’alone delle luci accese nella bottega del fornaio; una ragazza che pettina, fissandosi allo specchio, lunghe chiome bagnate; dei mobili intarlati, riversi con le gambe all’insù dinanzi al cassonetto della spazzatura; il rumore degli interruttori che conducono la giornata verso il sonno.

Queste e altre cose simili, non so ancora in che modo, riescono a gonfiarmi lo stomaco di un respiro pesante. Come se qualcuno mi ci soffiasse dentro.

La sensazione che provo è piacevole ma allo stesso tempo mi procura sospensione, come fossi indotto a pensare al peggio mentre in realtà non c’è alcun pericolo imminente che incomba sul mio capo. È una dimensione così distante dal reale che a volte temo mi renda così diverso dagli altri da sembrare strano.

Probabilmente io certe cose le noto.

Probabilmente queste cose, fanno di tutto per farsi notare da me.

E poi inizio a riflettere su questo soffio pesante che si ficca nello stomaco e lascia una specie di segno, un’impronta dalla quale non riesco a staccarmi facilmente, solo dopo alcuni giorni.

La prima volta che provai questa sensazione fu qualche anno fa, d’estate.

Con quattro amici di scuola, tra cui Nando, ci allontanammo verso Torre Santa Susanna per fare un’escursione in bicicletta. Io che non ne possedevo, montai su quella di Nando dietro di lui, visto che aveva un sellino bello grande. Mi piaceva l’idea di andare in bicicletta alla scoperta di cose nuove; mi piaceva meno l’idea di non poter guidare una bici tutta mia. Pregai Nando durante il tragitto di farmi guidare per un pezzo di strada, ma lui era troppo spavaldo ed egoista per concedermi un lusso del genere.

«Troppo facile con una bella giornata: se vuoi guidare una bicicletta sul serio, devi provarci quando piove! La prossima volta che è brutto tempo, te la presto»

Quella di Nando mi parve una scusa bella buona pur di non prestarmi una cosa sua, per farmi sentire inferiore in qualche modo. Abbozzai per il resto della strada senza tuttavia darglielo a vedere, perché la soddisfazione di mostrarmi roso dalla mortificato non gliela avrei mai data.

Dopo quasi un’oretta di pedalate dei miei amici, arrivammo a destinazione. Girammo un po’ intorno al paese e ci fermammo ad una fontana per riempire le borracce di acqua fresca. Avevo perso l’entusiasmo giacché di Torre Santa Susanna non me ne fregava una minchia: ero distante dai miei amici, distratto dai miei pensieri, anzi non vedevo l’ora di tornarmene a casa per continuare a starmene coi fatti miei lontano da quei tre antipatici che facevano di tutto per farmi sentire inferiore.

«Ho fame. Ce ne torniamo a casa?» dissi così, senza destare sospetti.

«Cinque minuti e ce ne andiamo» fu la risposta di Nando.

E cinque minuti furono.

Di nuovo alle spalle di Nando. Di nuovo retrocesso in fondo al sellino grande della sua bici.

Verso metà tragitto il cielo si fece scuro e buio: andava verso la notte con dei gran nuvoli.

«Se piove, me la fai portare!» dissi scherzando a Nando.

«Se piove, ti lascio andare da solo» rispose canzonandomi.

Guardai il cielo, e più ci avvicinavamo ad Oria, più l’aria si raffreddava.

Ero certo che avrebbe piovuto, magari quando saremmo giunti a destinazione.

Invece ad un chilometro da Oria, scese giù un acquazzone da non credere.

Ci riparammo sotto un albero. I miei amici scelsero di fermarsi forse perché impauriti dall’abbondante acqua, forse stremati dalla strada.

«Tieni! Torna a casa da solo, se sei capace»

Nando quasi mi scagliò contro la sua bicicletta. Cadde ai miei piedi come un ferro vecchio, senz’anima.

Non me lo feci ripetere due volte.

«Però te la vieni a prendere da casa mia!» e sorridendo la sollevai montandoci su in un baleno.

«Questo è tutto scemo!» disse uno dei tre che non era Nando.

Fu allora che lo stomaco mi si gonfiò per la prima volta, o almeno, la prima volta che ero cosciente di un fatto simile. Il paesaggio era diviso in due parti, due nette frazioni: da una parte i miei amici appollaiati alle radici dell’albero, dall’altra una striscia di asfalto mista a terra colata dai bordi, lunga forse più della mia voglia stessa di pedalare. Da una parte un pieno di amici da svuotare, dall’altra l’interminabile orizzonte che mi aspettava: uno spazio da riempire con le mie pedalate.

E così iniziai.

Così forse provai quella sensazione di leggerezza che mi liberava dalle ingiurie e dalle cattiverie che sentivo sillabare al mio passaggio nei corridoi della scuola quando andavo al cesso; così schiaffeggiavo con il mio sorriso di gioia quanti continuavano a credere che fossi uno di secondo livello, uno che nella vita avrebbe dovuto accontentarsi ché tanto quello era il mio destino, fruttarolo o barista; quanti facevano a gara nello sgambettarmi per rendersi belli davanti alle ragazze o quanti, nonostante la bellezza dei miei disegni, continuavo a sostenere che fossero nient’altro che scarabocchi di merda.

Ero così leggero su quella bicicletta e così felice, nonostante il diluvio si ostinasse a scagliarmi in capo goccioloni pesanti e aguzzi come chiodi, nonostante il fango facesse slittare le ruote, nonostante il grigiore delle nubi mi urlasse contro di smetterla ché tanto prima o poi mi avrebbe scaraventato a terra con una delle sue folate di vento violento.

Ero quel che volevo e che amavo essere: un ragazzo in bicicletta con lo stomaco pieno di voglia.

La sentii quella voglia, la assaggiai con una bella risata di soddisfazione e con la fatica stessa di voler arrivare a destinazione.

Giunsi a casa.

Mi ero fatto acqua e fango. Pedalate di gioia.

Prima che i miei mi potessero vedere, corsi nella mia stanza e mi spogliai per una doccia ristoratrice.

Quando scaraventai la maglietta sudata e pesante di pioggia sul pavimento, mi resi conto di una cosa alla quale non avevo fatto caso: la ruota posteriore della bici, priva di parafango, aveva disegnato alle mie spalle degli schizzi di terra: la prima impressione che ebbi fu di sorpresa.

Era come se il tempo impiegato nella corsa avesse disegnato sulle mie spalle l’emozione stessa della corsa, come se avesse voluto immortalare un attimo.

Una fotografia pesante di soffi finiti nel mio stomaco e che raccontavano una storia che solo il cuore poteva conoscere.

Come una persona incollata alla finestra a fissare il vuoto, come il sentiero battuto dalla pioggia che lascia piccole impronte di goccia, come un petalo che si stacca dal ramo e cade dondolandosi nel vuoto, come l’alone delle luci accese nella bottega del fornaio, come una ragazza che pettina, fissandosi allo specchio, lunghe chiome bagnate, come i mobili intarlati, riversi con le gambe all’insù dinanzi al cassonetto della spazzatura e come il rumore degli interruttori che conducono la giornata verso il sonno.

Ero come tutte queste cose e queste cose erano come me: un chilometro di devozione e fatica, di desiderio e ostinazione.

Fu allora che capii il senso della frase: “Mettici tutto te stesso nelle cose che fai”, perché il me stesso che avevo sprecato in quella corsa, era un me stesso che solo me stesso avrebbe davvero apprezzato e amato.

L’elenco a parte


Come un involucro di plastica sfiatato e abbandonato, Alicia se ne stava supina nel suo letto: le luci candide e bilanciate dei fari giocavano con le sue curve, scivolando subito sulle lenzuola e innaffiando con vuoti d’ombra la bellezza del corpo. Nessun pensiero o memoria le condiva il viso truccato, solo stupidi retro-pensieri con i quali sporcarsi appena, senza dare nell’occhio. Alicia congelava ogni forma di avan-pensiero nel reparto dei segreti, nonostante questi tentassero di distrarla e farsi avanti con forza. Se ne era accorta di maggio quando, con le prime belle giornate, le donne di casa cominciavano ad affacciarsi ai balconi senza ritegno: se ne stavano con i gomiti incollati sul davanzale suggerendosi l’un l’altra di buttare un occhio ora qui, ora lì. Il primo avan-pensiero di Alicia in quel momento fu quello di salutare le care signore con un bel dito medio sventolato a più non posso da una finestra all’altra di via Ciro Menotti, poi, corretto il tiro e l’ardito pensiero, mugugnò tra i denti un silenzioso – “Fottetevi!”-
In effetti il corpetto di Alicia meritava d’essere ammirato, le sode coppe profumate proponevano metà del seno agli occhi e la restante parte alla fantasia, capezzoli compresi. Da quando era arrivata nel quartiere c’erano segugi che sbucavano da ogni parte: dalle stradine, dai porticati, dalle finestre addobbate con tendaggi d’altri tempi. Alicia se ne stava tranquilla nel suo appartamento facendo ciò che più le riusciva meglio: mettersi in posa davanti ad un obiettivo e aspettare il successivo click. Nessun fotografo si permetteva di suggerirle una posa perché lei, Rosalba in arte Alicia, sapeva come piegarsi per far rizzare membri. A volte sapeva annientare l’eterosessualità femminile senza nemmeno impegnarsi troppo, ci riusciva e basta con semplici occhiate o giochi di lingua. Le donne di via Menotti avevano intuito che in quella casa c’era un gran da fare, così si erano premunite di avvisare le autorità e di tener quieti i propri maschi donandosi una volta di più rispetto alla canonica cadenza mensile.
Con i guai Rosalba ci andava a nozze ma di sposarsi nemmeno l’idea. La razza maschile andava rifocillata di tanto in tanto perché un impegno serio loro, non erano in grado di reggerlo per più di due anni. Aveva scoperto di che pasta erano fatti i baci, le promesse, le dichiarazioni appassionate, così aveva scelto di tenere per sé la parte buona dell’anima e offrire sotto compenso il corpo a quella massa di ‘inseminatori’ inconsapevoli. Solo qualche provino per capire che non era necessario darsi davvero, bastava suggerire fantasie col suo corpo scolpito dall’eros più spudorato. E così, davanti alla macchina fotografica, diveniva ciò che gli uomini desideravano senza per forza conoscere i loro nomi e soprattutto senza essere costretta a ricevere denaro da quelle mani lerce e disgustose.
C’era qualcosa nelle mani degli uomini che proprio non le piaceva: la ritraevano così tanto da nascondersi al freddo, accanto ad uno di quei suoi avan-pensieri stivati e congelati in un tempo fin troppo lontano da non volerne ricordare il motivo di tanto accanimento. Ad ogni modo, in quei momenti lì, avrebbe preferito solo avan-pensieri congelati.
Non sopportava alcun tipo di contatto indelicato perché il suo corpo meritava rispetto. Lo meritavano anche i suoi avan-pensieri. Nel retro-pensiero dimenticava la lista della spesa, le bollette, qualche appuntamento, ma la zona dell’avan-pensiero godeva di una specie di rispetto e riservatezza. Era lo sgabello sul quale accomodarsi vestita e consapevole, era il suo trono, la rocca dalla quale avrebbe saputo cavarsela in caso di mareggiata. Sebbene esposto in certi momenti, l’avan-pensiero andava tuttavia protetto: in fondo, su quel trono sedevano le certezze, il coraggio, la sua pura femminilità. Quella era la zona in cui Rosalba era nient’altro che Rosalba e basta.
Rosalba della casa famiglia;
Rosalba della prima famiglia;
Rosalba e la prima fuga;
Rosalba dalla psicologa;
Rosalba finalmente a scuola;
Rosalba con un cazzo di diploma;
Rosalba adocchiata e
Rosalba violentata;
Rosalba che si sentiva sporca;
Rosalba senza paura con la sua testimonianza;
Rosalba con una sentenza in mano e un figlio di puttana in giro;
Rosalba e la seconda fuga;
Rosalba con un altro nome e un altro aspetto.

Rosalba era un elenco di cose che Alicia non doveva sapere, non doveva ricordare: ci metteva un punto e andava a capo, senza darsi troppe spiegazioni, perché queste prima o poi avrebbero gridato vendetta.
Alicia congelava nell’avan-pensiero un elenco a parte, un elenco che certo le signore di casa non potevano conoscere e che nessuna verità avrebbe giustificato in alcun modo.

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