Disoccupati e mazziati.


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Quando trilla la sveglia delle 07:00, GiovanLudovico non è solito levarsi di gran lena, ma continua a reggere quel suo stato di dormiveglia iniziato intorno alle 04:25, e fantastica quegli otto barra nove modi di condurre un’ennesima giornata del cazzo. GiovanLudovico è un tipo allegro, ma solo quando è in piedi, perché nel suo letto non riesce più a sognare, in verità non è nemmeno in grado di riposare perché da tempo non è più stanco come una volta e non è capace di dar consistenza a qualche progetto futuro, perché semplicemente non può. GiovanLudovico è chiaramente un disoccupato. Sceso dal letto, bacia sua moglie e, sebbene ancora assonnata, non può fare a meno di augurarle una grandiosa giornata. Si scambiano attenzioni mentre si alternano davanti alla macchina da caffè, e pare la cosa più naturale del mondo, perché GiovanLudovico e sua moglie sono una coppia felice.

Questo stato di grazia si regge in maniera naturale ed è un lavoro che si perpetua quotidianamente senza alcuna difficoltà, nonostante nel suo cuore, GiovanLudovico, vorrebbe che le cose fossero un tantino diverse. Quando saluta sua moglie davanti alla porta, non riesce a trattenere una smorfia di sana invidia: ricorda ancora quando, uscendo di casa alle 06:30 per il turno mattutino, la baciava mentre era sepolta sotto il caldo piumone, rincorrendo i capricci di moine ad occhi chiusi. Adesso è lei che lo bacia, raccomandandogli di stendere la biancheria non appena terminato il ciclo in lavatrice. GiovanLudovico la rassicura perché è un lavoro di cui non solo è capace ma si ritiene responsabile. GiovanLudovico ora è solo e finalmente può mettersi all’opera: la sua giornata ha inizio e spera nel suo cuore che qualcosa lo sorprenda mentre è distratto a sciacquare tazzine da caffè, passare l’aspirapolvere, riassettare il letto sfatto. Solo il cicalino della lavatrice è capace di prenderlo per il collo del pigiama e catapultarlo alla realtà: la biancheria urla perché non è può più d’essere sbattuta e strizzata dal cestello che da gran bullo, ne ha fatto una poltiglia umida. Nessuna telefonata purtroppo, solo uno stupido cicalino.

È probabile che non ci sarà nessuna novità anche per questa giornata, ma non stiamo qui a cercare un colpevole, perché se volesse puntare davvero il dito, GiovanLudovico non avrebbe problemi a fottersene altamente ché ha ben altro di cui preoccuparsi. Nei sei mesi di fermo lavorativo, ha dovuto stringere i denti e soprattutto gli occhi, per non incrociare quelli degli altri, i quali constatando lo stato di disoccupazione, non versavano parole di commiserazione, piuttosto cigliate di biasimo tanto da provare egli stesso vergogna. “Disoccupato e mazziato” aveva pensato GiovanLudovico in una di quelle volte. E non ha mai calcato la mano per urlare contro un sistema strano: la politica la lascia ad altri, quelli insomma che indistintamente racchiude nell’unico partito, ché sono tutti dalla stessa parte alla fine. GiovanLudovico è un sognatore responsabile, perché sa che prima o poi arriverà quella telefonata che aspetta e sarà un giorno di festa; GiovanLudovico sa che possiede non solo le capacità ma anche quel benedetto curriculum degno di attenzione, tuttavia non ha ancora capito perché nel mostrarlo deve giustificarsi per uno stato di cose di cui non è responsabile; GiovanLudovico  ama il suo lavoro e sa bene che nonostante l’esperienza, dovrà ricominciare da zero e sentirsi l’ultimo arrivato; GiovanLudovico ha reso i suoi nuovi inizi una scusa buona per rimettersi in gioco. Ma la gente che di inquisire e condannare bonariamente non ne ha mai le palle piene, queste cose non le sa. Non può saperle, perché semplicemente non si è mai preoccupata di conoscere la storia di GiovanLudovico.

Perché mai avrebbe dovuto?!

Perché allora deve crucciarsi e guardare GiovanLudovico con due occhi severi, quasi lo ritenesse colpevole del crimine di cialtroneria? Magari non siamo GiovanLudovico, o forse sì. Poco importa, non è questo che fa la differenza. Disoccupati e mazziati ci ridiamo sopra alla fine, perché conosciamo il nostro valore e sappiamo quanto è dura fingere di attendere una chiamata, ché tanto arriverà quando meno te lo aspetti; abbiamo imparato a scandire le settimane, saltando a piè pari i week-end, che se da una parte non son giorni lavorativi e non potranno mai portare buone notizie, dall’altra un po’ ci consumeranno facendoci sentire quasi inadeguati per un riposo settimanale che non meritiamo; disoccupati e mazziati infine, aspettiamo la sera che ci rinfranchi con quella speranza del giorno dopo, del giorno migliore, perché quel giorno, al netto degli inquisitori, sarà il giorno in cui GiovanLudovico tornerà a rammaricarsi per quella maledetta sveglia delle 05:15

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“La malacarne” di Luca Calò


Perché questo libro:

Prima di entrare nel merito della recensione, vi spiego cosa mi ha spinto ad acquistare questo libro dal momento che non conosco l’autore e dunque sarebbe potuto passare inosservato in mezzo a tanti altri titoli. Lo faccio mostrandovi subito la copertina.

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Obiettivamente è un bel biglietto da visita. L’immagine color seppia, nonché la postura del protagonista, lasciano trasparire qualcosa di malinconico, introspettivo. È un invito alla riflessione. Almeno per me è stato così. Il titolo infine, è stato il vero magnete che ha catturato la mia attenzione: questo libro doveva esser mio.

Impressioni iniziali:

Ho comprato questo libro online. Solitamente non bado troppo alla voluminosità, non mi impressionano i libri corposi (eccetto quella volta in cui scelsi Infinite Jest di Wallace – 1282 pagine comprensive di note da leggere obbligatoriamente!), tuttavia appena scartato il pacco postale, ho scoperto con mia grande sorpresa, che il romanzo contava 77 pagine, ringraziamenti e sommario inclusi. Un romanzo breve, dunque. Chissà perché, nella mia mente si era configurata l’idea di un bel volume da duecento e passa pagine. Tuttavia la fattura del prodotto ha rispettato le impressioni in fase di acquisto: un libro ben stampato, una copertina decisamente invitante. Dunque, in fin dei conti, nulla era compromesso.

Inizia la lettura

Appena aperto il volume, scorgo il nome del primo capitolo: Annita Sonnino, la moglie. Immediatamente mi son chiesto: “Chissà quanti capitoli può contenere un romanzo di 77 pagine?”. Forse una domanda stupida, ma sta di fatto che mi sono catapultato a fine libro, al sommario. E qui, la mia seconda sorpresa: due capitoli. Annita Sonnino, la moglie; Alfredo Sonnino, il marito. C’era dunque da aspettarsi una storia speculare? Due visioni della stessa vicenda? Vi anticipo qualcosina: è esattamente così, ma con un particolare. La parte che riguarda Annita, la moglie, occupa una fetta importante del romanzo. Una scelta che approvo e che a mio parere pone l’accento sulla sfera emozionale dell’intera storia.

I personaggi

Concetta Gastaldo Ventura: madre di Claudia, Grazia e Annita

Claudia Ventura: Prima figlia di Concetta
Grazia Ventura: Terza figlia di Concetta
Annita Ventura: Seconda figlia di Concetta e protagonista
Alfredo Sonnino: Marito di Annita, protagonista
Guido Sonnino: Padre di Alfredo
Gigliola Sonnino: Madre di Alfredo

La storia

Sintetizzare gli eventi che si susseguono nel romanzo significherebbe minimizzare il libro stesso, perché quel che accade davvero ai personaggi è simile a un moto di burrasca che scuote le carni dall’interno. Annita ha appena partorito il suo primogenito Nino, ma vi sono subito delle complicazioni: per questo motivo Concetta, Claudia e Grazia accorrono al suo capezzale. Annita è provata nel fisico, pallida e smunta, intercetta un dolore che sin dall’inizio si intuisce non ha nulla a che vedere con il parto. Il male che l’angoscia e che le gira intorno assume sempre più le sembianze di Alfredo, il marito. Alcune voci sussurrano una violenza famigliare. Ciò pare stonare: il connubio violenza/parto è un intrigante depistaggio messo in atto dall’autore ed ha la finalità di creare una eco tra ciò che la gente disegna come verità e il dramma vero che pian piano va delineandosi. Gli elementi del puzzle si assestano intorno alla figura di Alfredo come persona gentile, cortese, educata, ma nel marasma dell’intreccio che ancora non è evidente, alcuni pezzi non coincidono, stridono: vi è di sottofondo un brontolio come una sorta di pentola a pressione che è lì pronta ad esplodere. «Alfrèd tiene na’ zoccòl» sono le parole di Annita. Il primo intoppo, un leggero cappio che inizia a stare stretto persino al lettore. Infatti ciò che ho trovato disarmante è il tentativo delle donne che ruotano attorno ad Annita, (la madre e le sorelle), di soffocare nel silenzio una situazione talmente palese da rasentare quasi la normalità. Alfredo ha sì un amante, ma quest’oggetto del desiderio non resta per nulla celato, anzi, frequenta la casa, siede accanto ad Alfredo, scherza e fuma con lui, ci lavora insieme nelle ferrovie perché è lì che l’ha piazzato Alfredo stesso. Si tratta di un uomo, Pierre. Ecco il problema da sotterrare, ecco il nodo. Si tratta di un groviglio da non sbrogliare perché altrimenti crollerebbe quella finta normalità che garantisce certo una sicurezza famigliare, ma principalmente terrebbe in silenzio le voci, le malelingue. È un nodo troppo stretto che Annita non riesce e non vuole subire, piuttosto preferisce mostrarsi come una folle, delirante, affinché la sua voce venga ascoltata.

Il secondo capitolo è il ritratto di Alfredo e mira a scardinare, attraverso un’analisi speculare, quei segreti che si celano nell’altra metà, quella descritta con immagini ambigue e non chiare del primo capitolo. Il lettore impara a conoscere l’uomo Alfredo, le viscere intrise di abbandoni e riscatti, ricerca e timori. Si entra così in contatto con l’umanità del protagonista, così come è avvenuto nel primo capitolo con Annita.

La malacarne è un concentrato di esistenze che si stringono intorno al dramma dei Sonnino. Vite che si intersecano e si scontrano puntando sempre e comunque a quella stabilità precaria che deve solo apparire, mentre nelle retrovie ogni cosa si ribella. E’ così anche per Claudia e Grazia, sapientemente messe in risalto nel primo capitolo, in quell’incastro di pezzi da accomodare accanto alla povera Annita. Individualità che tentano di appaiarsi alla normalità, fatta eccezione per la folle protagonista, una nota fuori dal coro a pretendere dignità.

Infine un applauso all’autore: uno stile asciutto, pulito, severo in alcuni tratti e capace di tenere legato il lettore alle pagine che pulsano di vita. Davvero un gran bel leggere e senza dubbio un ottimo spunto di riflessione non certo sulla omosessualità, ma sul valore umano e il peso che esso assume dinanzi ad occhi incapaci di leggere la verità.

Info:
Casa Editrice: Les Flaneurs
Prezzo: 9,00 €
Tempo medio di lettura: 3 h

Link per acquistare il libro

L’attesa è terminata… “Nessuno ti chiama per nome” finalmente disponibile


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Sono passati un po’ di anni dal mio ultimo lavoro, ma ciò non significa che mi sono arenato, anzi. La scrittura è la mia seconda pelle, quella che mi fa respirare e osservare, quella che mi fa sognare. Quella che mi fa riflettere. Questa volta ho indossato gli abiti di un ragazzino, un quindicenne, Carmine, alle prese con una vicenda tanto misteriosa quanto intrigante perché è alla ricerca di Sashi, una coetanea che già dal nome svela un’identità che non ci appartiene secondo molti e che per questo motivo non merita nemmeno di essere nominata. Carmine e Sashi, due mondi, due realtà, un solo bisogno: divenire adulti in modo diverso da ciò che i grandi ritengono essere maturità. E’ questa la loro vera diversità.

“Carmine è un ragazzino intelligente e sensibile, diverso da tutti i suoi coetanei e dalla gran parte degli adulti di sua conoscenza. Mentre i compagni passano l’estate a scorrazzare in bici per le strade di Oria, lui ama disegnare, soprattutto volti, rendendoli migliori e “più veri” su carta. Quello dell’appuntato Carbone, per esempio, lo intriga al punto da piazzarsi ogni giorno nella caserma dei carabinieri con la scusa di una bicicletta rubata, per coglierne le innumerevoli sfumature. È lì che, una mattina, un uomo va a denunciare la scomparsa della figlia Sashi, trovandosi davanti l’aria di sufficienza del maresciallo Biase. Carmine segue l’istinto e, con lo scarso aiuto dell’italiano stentato di questo padre in lacrime, realizza un ritratto che viene affisso in paese. Ma a nessuno interessano davvero le sorti di una zingara. Solo a lui, che la prende tanto a cuore da portare avanti un’indagine in solitaria per ritrovarla, compiendo nel frattempo un percorso che lo allontana dai pregiudizi dei grandi e lo rende più simile all’uomo che vuole diventare.”

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Un abito nuovo per Hektor


Credo che l’animo di un personaggio come Hektor abbia solo iniziato a mostrarsi, perché vive di umanità, di sentimenti primordiali e non crede che tutto possa chiudersi in una favola a lieto fine. Vuol raccontare dell’amore, del significato delle parole che spesso pronunciamo senza un contenuto che esprima davvero qualcosa. Hektor vuol scendere nel profondo e sradicare la corteccia, come sempre vuol conoscere la verità.”

Anteprima di “Metà carne, Metà ricordo” II edizione in promo

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Ciò che non tradisce


 

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«Cosa manca al vecchio?».

Il fioraio era curioso quanto Hektor. La storia dei cinquemila pezzi l’aveva distratto momentaneamente, ma subito, la sete di Buio, lo colpì alle spalle, come un’ombra spuntata dal nulla.

«È lo spazio che manca. Quando saprò ogni cosa, vedrai che tutto sarà più semplice. Il vecchio inghiotte Buio, a volerlo consumare, ma cammina con una lanterna. Una debole fiaccola che l’avvolge in un alone di mistero. Pare Diogene».

«Chi, quel filosofo famoso e pazzo?!».

«Esatto. Quello che pisciava per strada e defecava dove gli pareva!» – rispose Hektor.

«Questa non la sapevo!» – sbalordì il fioraio.

«… e viveva in una botte. Come i cani, cercava ossa e verità. L’uomo e la fedeltà. Ma aveva poco spazio, a mio parere!».

«E certo, per vivere in una botte!».

«Appunto. È lo spazio che manca!» – disse, e sospese, nella stanza semi buia, altre tre candele fresche.

«Come mai sei colori?».

«Così preferisce: colori diversi».

«Dobbiamo saperne di più, Hektor. Devi scavare, voglio sapere!».

Mollò la presa e abbandonò come cadaveri, strascichi di cera smilzi.

Era più corda che cera. Più scheletro, che sostanza.

«Annusa!».

Sbigottì come appena sveglio. Non gli pareva che qualcosa di nuovo stesse sorgendo, ma il fioraio, non fece una grinza.

«Cosa dovrei annusare, Hektor?».

«Questo!» – e indicò il fascio che stava colando sul piano di lavoro.

Lentamente si avvicinò, strisciando in punta di piedi: erano quegli scatti che temeva, quei passaggi bruschi da zone note alla notte delle volontà. Conosceva quelle occhiate di Hektor, e non le gradiva per niente. Il fatto che, proprio lui, fosse costretto ad una condizione d’imperativo, gli reprimeva le forze, le capacità olfattive, la fonte della sua unicità.

Accostò le narici al blando pigmento cerato, e inspirò ad occhi chiusi.

«Non sento nulla».

«Prova ancora. Muoviti!».

Era come immobilizzato sul quel tavolo, legato ad un cappio come le candele appese ad asciugare.

Provò ancora.

«Niente, Hektor … non sento niente …».

Una mano gli compresse il capo, il naso affondò in quella cera, il viso spiaccicato sul tavolo.

Hektor inchiodò il fioraio al suo tavolo, come un estratto dell’arte, la sua. Chiunque fosse da quelle parti, era cosa sua, un grezzo pezzo di cera da modellare a suo piacimento, secondo le ispirazioni.

«E ora, cosa senti, giardiniere!? Annusa, dammi un tuo parere, esprimi la tua abilità, illuminami!».

«Hektor mi fai male, pezzo di idiota!».

«Non avvicinarti mai più da queste parti, giardiniere! Io faccio luce, o creo il buio se mi pare. Tu assaggi profumi e vesti di essenze i clienti. Io li mostro al mondo intero, tu li copri di fragranze, oscurandone i cattivi odori. Se è merda, è merda anche al buio: il fetore, non tradisce. Né un profumo ne migliorerà il destino!».

Allentò la presa e rigettò il fioraio lontano. Nel cono d’ombra della taverna.

(Metà carne, metà ricordo – David & Matthaus Edizioni)

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Ed eccomi qui a presentarvi un’iniziativa editoriale alla quale ho aderito fin da subito: tutti i miei titoli alla metà del prezzo. Mi piace pensare che sia il passo in più che un editore sceglie di fare per andare incontro al lettore, per farsi apprezzare e conoscere, perché se è vero (e non ditemi il contrario!) che i libri migliori non sono solo in libreria, è altrettanto vero che il lavoro di un saggio editore passa anche attraverso scelte audaci: bisogna rischiare per crescere.
E allora per Natale acquistate un titolo diverso, nuovo: cliccando il link in basso accederete direttamente alla pagina dello store… Mi piacerebbe allo stesso modo leggere i vostri commenti, le vostre opinioni, le vostre critiche. I libri non devono ingannare il lettore ma condurlo alla riflessione. È questo che scelgo di fare con le mie storie… Alla prossima!

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Il tempo non ha colpe


 
Niente più di ciò che vedeva davvero la trafisse (come se la verità dietro le cose celasse non solo la formula delle formule ma anche la soluzione a qualsiasi tipo di enigma) quanto la durevole ostinazione del tempo che riusciva ad appesantire persino il nulla colorato di polvere e vacue ombre. 
All’interno della torre dell’orologio vecchio Ester ci finiva sempre, in un modo o nell’altro, sin dai tempi dell’infanzia quando ci giocava a nascondino col suo papà: riservava allo stesso modo l’inganno e la giusta attesa per l’ennesimo appuntamento con Ricky perché tanto qualsiasi cosa al di fuori di quella torre poteva mettersi in pausa senza che fosse dichiarata come ritardo. C’era un punto, poco oltre la curva a gomito della siepe di bosso, nel quale ci si poteva tuffare e, strisciando lungo la parete di cinta, affondare in un pertugio divorato dal tempo, dove le pietre erano state rimosse e, chiunque conoscesse il segreto, avrebbe potuto insidiare la fallace protezione. Ester era cresciuta strisciando e consumando le spalle, serbando allo stesso modo il segreto del passaggio. Ed era tutto nei suoi occhi: sospirava davanti alle bocche di stupore delle sue amiche quando annunciava che, ancora una volta, c’era stata.

“Quando poi piove, guardare il paese affacciata sulle nuvole, mi fa sentire dio: lo scolo delle acque e le fogne sono troppo distanti, così prendo tutto il bello che dalla pioggia può nascere”.

Quel pomeriggio ci tornò di nuovo. La stessa curva di bosso, lo stesso muro, la scalinata stretta che girava intorno alla torre, infine la grande sala dell’orologio. Dodici rampe per cinque scalini, sessanta passi, un minuto di ascesa per ritrovarsi sola con tutto il mondo in basso. Ci pensava fiera con la medesima secchezza di sentimenti con i quali la grande ruota dietro le lancette rubava denti al mulino che poggiava sul cuore del marchingegno. Qualche volta si era avvicinata così tanto al meccanismo da poter sentire il profumo del grasso, del ferro robusto, del legno pregiato.
‘Il profumo del tempo’ aveva pensato.

Ma non quel pomeriggio.

C’era troppa nebbia intorno, l’umidità aveva coperto persino la sala dell’orologio penetrando attraverso le fessure della torre e lì giù, nel mondo in basso, si sentiva l’eco di umanità che rientrava a casa, e lo faceva nel modo più normale. Troppo normale per un pomeriggio di foschia intensa.

Ester pattinava con lo sguardo da un lembo all’altro del paesaggio, a tratti ci scivolava sopra perdendo l’equilibrio delle immagini e delle cose. 

Era tutto così confuso. Così laggiù, come lì in alto da lei. 

Il singhiozzo del marchingegno nella sala del tempo non faceva altro che suggerirle la fuga, abbandonare quello spazio asettico e scandito da battiti crudi e tuffarsi nella confusione di quel panorama, dove i rumori si mischiavano ai profumi, si perdevano, saltavano fuori e infine colpivano fino a inzuppare le ossa.

C’era sempre una risposta che rintoccava in quella sala e ciò che Ester ascoltava era nient’altro che il suo modo comune di mettere ordine alle cose, un elenco numerato che aveva scandito sino ad allora le età e le stagioni, riponendole l’una dietro l’altra in una coda di avvenimenti che avevano scritto la sua storia. 

Questa era la pace, il più delle volte un rifugio. 

E poi c’era quell’incognita che mandava fuori tempo ogni progetto, la scansione ordinata degli eventi, che rimbalzava nella sua vita tra un traguardo e l’altro, tra un successo e l’aspettativa di tempi migliori. Attendeva con eleganza e determinazione che i rintocchi dell’orologio vecchio segnassero anche quelli, i tempi migliori in cui poter finalmente assegnare un numero al suo Ricky, quell’anima fuori tempo che il caso le aveva consegnato senza progetto. 

Così quel pomeriggio si mise in ascolto dei secondi che divennero minuti: ogni scatto di lancetta vibrava sulla pelle come uno schiaffo, ma a quelli Ester era abituata, non perché frutto di esperienza quanto perchè aveva scelto di sentirli e strozzarli fra i denti, in una frazione di secondo nel quale annichiliva qualsiasi reazione, ché tanto tutto passava. 
I minuti diventano ore. 

Le ore diventano giorni.

I giorni diventano stagioni.

Ed infatti tutto passava davvero senza che Ester avesse davvero realizzato il numero da attribuire a Ricky.

“Ciò che non scegli, il tempo lo cambia perché le cose si trasformano comunque. Le persone cambiano di conseguenza”.

Il messaggio di Ricky non provocava conseguenze, ma assoluzioni: liberava Ester da qualsiasi responsabilità, lo relegava tra ‘le cose che dovevano finire così, senza che lei davvero potesse far nulla.                 

Pensava di avere del tempo, ancora secondi a disposizione, ma, suo malgrado, c’era solo nebbia. Sedette con le spalle al muro, le braccia a raccogliere le ginocchia e i rintocchi a percuoterle il viso. Sapeva cosa fare, non era complicato, ma tutto il mondo lì in basso era confuso. Sollevò lo sguardo verso la cima della torre e scorse della fuliggine bianca che aleggiava intorno agli angoli: la nebbia era giunta fin lassù, fino oltre lei, oltre ogni sua aspettativa.

La confusione adesso non aveva più un luogo definito perché la avvolgeva completamente, mentre il mondo lì in basso continuava la sua esistenza nel miglior comune modo di vivere.

Perse l’orientamento e i suoi numeri, i suoi elenchi e ogni straccio di progetto: la nebbia inghiottì le forme e le certezze e, con esse, parve dissolversi ogni rintocco. Nessun secondo poteva divenire minuto, semplicemente perché era un altro attimo che non poteva raccontare a nessuno ma doveva nascondere a se stessa. 

Temeva il tempo perso ma ne era vittima, così come era vittima dello stesso percorso che girava alla curva di bosso, al pertugio scavato nel tempo, alle spalle abituate a strisciare, alle scale che segnavano la giusta distanza tra il suo tempo e il mondo in basso.

Pensò che forse il luogo adatto per questo tipo di riflessioni dovesse essere chiuso in una discesa, dalla torre al mondo in basso, accanto al muro di cinta della torre, subito fuori il pertugio e la siepe di bosso. Ebbe il sospetto di aver sbagliato tutto e di essersi cacciata in una trappola che alla fine conteneva la stessa nebbia che mascherava il paese in basso.

Così ciò che vedeva era ciò che davvero la trafiggeva perché la verità dietro le cose non celava nessuna formula tanto meno la soluzione ad alcun tipo di enigma, quanto la sua durevole ostinazione nel tempo che riusciva ad appesantire il nulla colorato di polvere e vacue ombre. Non era la nebbia in sè ma la leggerezza con quale s’intrufolava in cima alla torre. 

Proprio come quella foschia, esattamente come lei. 

Era nebbia, leggera, insostenibile in nessun luogo perchè insostenibile era la colpa del tempo. Scese le dodici rampe lentamente, tastando i passi chè solo grazie a quelli poteva sentire d’essere viva. Ci impiegò più del solito minuto chè la paura di cadere la mandava fuori tempo, oltre i rintocchi, oltre i progetti allineati nei suoi elenchi. Sostò davanti all’ingresso ma non scelse la solita scorciatoia, il percorso dei rifugiati.

Procedette fiera verso il porticato, verso quel tappeto che introduceva alle cerimonie ufficiali e attraverso il quale era lecito entrare ed uscire. Estrasse il fermo sui battenti e cacciò dalla borsa il chiavistello che il padre le aveva donato come porta fortuna poco prima di lasciare il suo posto da custode.

“Forse era necessario accedere dal porticato” pensò tra sè.

Forse aprendo le porte la nebbia si sarebbe diradata tutt’intorno.

Forse l’unica via da battere era la principale, chè le scorciatoie sono tali solo se non fanno perder tempo.

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