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Un abito nuovo per Hektor


Credo che l’animo di un personaggio come Hektor abbia solo iniziato a mostrarsi, perché vive di umanità, di sentimenti primordiali e non crede che tutto possa chiudersi in una favola a lieto fine. Vuol raccontare dell’amore, del significato delle parole che spesso pronunciamo senza un contenuto che esprima davvero qualcosa. Hektor vuol scendere nel profondo e sradicare la corteccia, come sempre vuol conoscere la verità.”

Anteprima di “Metà carne, Metà ricordo” II edizione in promo

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L’eredità


Premessa.
Questo è l’epilogo.
In una condizione di precarietà dilagante, c’è chi si preoccupa del domani. A giusta ragione.
«Cosa lascerò ai miei figli?!».
I nostri padri hanno prodotto un futuro e noi ne abbiamo usufruito sino a sperperare.
Una grammatica di vita costruita su coniugazioni semplici. Niente tempi composti. Abbiamo goduto dei loro benefici e delle loro ricchezze.
Ai nostri figli, invece, solo spiccioli. Spetteranno solo quelli.
Ecco il testamento e l’eredità.
1) Lavora per vivere, ma un lavoro dignitoso: non vorrai fare il cameriere?
2) Guadagna stima e rispetto: è importante ciò che indossi.
3) Non accontentarti mai: è importante osservare le lacune altrui e imparare dai loro sbagli.
4) Sii buono col prossimo: fa’ agli altri le stesse cose che potrai pretendere per te.
5) Segui i buoni consigli degli amici: e condividili sulla bacheca. Avrai successo.
6) Non essere istintivo: semplicemente copia dai migliori.
7) Non allontanarti da chi ti vuole bene: potrebbe servirti.
8) Ogni delusione procura dolore. È la giusta ricompensa per chi ti tradisce.
9) Vincenti si diventa: gioca coi perdenti.
10) Evita le cattive compagnie. Creati un gruppo tutto tuo.

Sì, hanno il sapore di comandamenti, lo so.
Pochi spiccioli per i posteri, figli di un cambiamento evidente.
Altre parole che invertano la rotta, non ce ne sono. Né altre eredità.
Le intenzioni procurano un futuro. Ciò che si vuole, è la vera fortuna e ricchezza.
Forse per questo, la fame nel mondo sarà la migliore coniugazione del tempo futuro.
Una grammatica nuova, tutta da studiare.

Chiedere a vuoto


Basta chiedere. Chiedete e vi sarà dato. E anche tolto, quando starete zitti.
Ho passato una vita a chiedere con smorfie silenziose, attese, sguardi, mani perse nel tentativo di cercare e toccare. Ma il silenzio ha spento le volontà, le ha inibite col sapore del vuoto. Ci vuol poco a perdere l’avuto; tanto richiede invece la ricerca.
Per chi non sa chiedere, e’ questione di spazi: confini che segni e aria che consumi col desiderio.
Non so chiedere perché non so dove cercare. O forse non so in quale bisogno affogare i vuoti. C’e’ poco da fare: quando basti a te stesso, pretendi troppo oltre i limiti, hai imparato a farti bastare un solo sguardo, un piccolo saluto, il tuo nome pronunciato tra tanti.
E quel nome che ascolti, quella volta, ha davvero un suono diverso.
E tutto diventa più bello, perché hai imparato a vivere e a non chiedere a vuoto.

Il tassista


Stamane, ne ho avuto la conferma.
Nella vita bisogna scegliere se esser passeggeri o tassisti, se si preferisce stare alla guida, o di dietro.
Viaggiare per condurre a partenze, riflette in sè uno strano senso di disperazione. Vagabondaggio, per meglio dire.
Il conducente, diviene spugna e inspiegabilmente, soffre anch’egli. O gioisce.
Rientra a casa dopo un viaggio nella città che altri hanno visitato ma trasuda, tuttavia, stanchezza.
“Ma che, lavoro è il tuo?! Sei stato tutto il giorno in giro, col culo appicciato al sedile!”.
E’ vero.
Ma tolti gli indumenti, sfilata la camicia, c’è puzza di sudore, e profumi.
Essenze di paesi lontani, incollatisi addosso.
C’è poco da fare: ha viaggiato ed è stanco.
L’unica soddisfazione è il domani: un altro viaggio, un’altra sudata, un’altra doccia.

Non sopporterei nemmeno un secondo, un passeggero alle mie spalle.
Non sono nato per fare il tassista ma, amico mio, qualcuno ci deve pur accompagnare. Te lo devi cercare.
Da soli sarebbe difficile esser puntuali, ma se ti soffiano il taxi all’ultimo istante, imprechi contro il tizio che s’è rubato il passaggio.
Un altro passeggero come te.

Da che parte stai?
Sono ancora qui col mio trolley.
Qualcuno prima o poi passerà.

La paura del buio. (Che vada via)


E mi ritrovo anche stasera senza un filo di corrente. Disturbi alla linea dicono, ma intanto, mi disturba la voce della risponderia automatica.
“Digiti uno per scoprire le nuove tariffe; Due per comunicare variazioni della sua utenza; Tre per segnalare un guasto…”.
Invece cerco il tasto che mi faccia parlare con un operatore.
Ma il nastro pre-registrato, ricomincia da capo.
Entro domattina ripristineranno tutto.

Stanotte non dormo, ho deciso.
Vigilo finchè un segnale elettrico s’infili nella cabina e salga fin su al mio appartamento.
Vigilo perchè voglio esser presente, non deve sorprendermi al risveglio.
Aspetto, soprattutto, per sbarrargli la strada.
Che mi lasci al buio, una volta tanto.
Ora ci sono abituato. Conosco gli angoli di casa, i rumori che producono quando ci urto contro, i passi necessari per evitare il pericolo. Anche silenziosa di luce, questa casa non ha segreti.
Quando ti muovi con eleganza in spazi spenti, allora sì, che puoi tutto.
Avverto l’odore di ogni singolo metro quadro, la consistenza che esso riflette nello spazio tridimensionale, il colore reale degli oggetti, privi d’un faro in proiezione.

Ah se da piccolo avessi scoperto la bellezza del buio.
Avrei ubicato trappole per i miei nemici. I compagni di scuola per esempio.
Nello spazio di mia competenza, non vi sarebbero stati segreti.
Solo poteri.
E’ incredibile quanta luce possa nascondere il buio. E’ assurdo anche, quanto buio una fiaccola generi, intorno ad essa.

Via Appendice, Strada Chiusa Senza Numero Civico [Novella a puntate?!]


Non vi erano indicazioni particolari.
Via Appendice, Strada Chiusa Senza Numero Civico, o la conoscevi, o la ignoravi.
E se la ignoravi, c’era anche un perché.
Ad ogni modo, ogni abitante, ogni pellegrino, ogni passero o topo ballerino, sapeva che, in tal luogo, all’altezza del centro, vi era una strada che non conduceva a nulla. Era un vicolo cieco del mondo, nel quale prima o poi, sarebbero confluite le scorie e le acque d’inverni piovosi. In reflusso si diramava attraverso arterie e piccoli canali sotterranei che, finivano per sbottare e tirar su acqua e merda dai tombini arrugginiti e invecchiati dalla stessa melma degli anni precedenti.
E non vi era nemmeno motivo di doverla visitare, via Appendice.
Sebbene esclusa dalle citazioni planimetriche, una gigantesca distesa verde, un prato incontaminato così come Iddio l’aveva progettato, l’illuminava quel tanto che bastava: un’area fin troppo delicata e ignorata dal mondo. I passanti – per caso o per necessità – ammiravano quell’immenso sputo di erba che brillava. Era lucente, di un verde che non avresti incontrato mai più nella vita: forse, anche per questo, erano in molti a sostenere che Iddio stesso se ne prendeva cura. Era anche proba-bile che le acque di scolo, ne garantissero il sostentamento naturale.
Comunque, Iddio, c’entrava sempre.
Gli abitanti di Via Appendice S.C.S.N.C. eran sempre quelli.

Da una vita.

Se avessero chiesto loro, in quale maniera vi fossero giunti o in quale epoca ci avessero messo piede per la prima volta, la risposta sarebbe stata la stessa: da sempre. E per tutti e tre.
Eran tre case. Tre di numero. Tre come il numero perfetto.
Erano di una riservatezza schifosa. Sembravan figurine appiccicate su di un album, o fotografie in bianco e nero, messe lì per riempire il paesaggio, una cornice.
Ma ciascuna delle tre, delle tre famiglie, viveva la sua vita, il proprio lavoro, i propri amici e parenti lontani a cui far visita nelle feste comandate.
E pagavano anche le tasse, come tutti gli altri. Al catasto e all’anagrafe, risultavano eccome.
Strane voci circolavano già dai tempi della guerra, e nel dopoguerra, e negli anni della contestazione. E probabilmente, da sempre.
Una di esse, per esempio, raccontava la strana storia che quelle case non fossero mai esistite.
Era solo apparenza.
E per questo motivo, si pensò bene di chiamarle col semplice appellativo di “APPARTAMENTI”. Qualcosa di appartato, apparente, approssimativo che mai nessuno, ha visto tirar su.
Gli appartamenti di Via Appendice S.C.S.N.C. si ereditavano, si tramandavano di padre in figlio, tanto che, ciascuno degli eredi, badava bene a che il nucleo famigliare rimanesse sempre e comunque di numero pari a tre. Tre come il numero perfetto. Padre, Madre, Figlio: gli elementi indi-spensabili che potevano definire il concetto di Famiglia.
Solo la famiglia dell’Indiano, faceva eccezione. Ma eran due gemelli.
Indiano Padre, Indiani Figli Gemelli.
I figli erano sempre gocce d’acqua.
Somigliavano ora al padre, ora alla madre. E comunque sempre al legit-timo proprietario dell’appartamento. Erano simili in tutto. Lineamenti, colore degli occhi, postura, camminata. Carattere. Solo l’età poteva di-stinguerli. Comprendevi da subito chi era figlio di chi, e soprattutto in quale via della città abitasse.
Così come gli Appartamenti, anche i residenti di quella strada chiusa senza numero civico, erano una leggenda, di quelle alle quali non puoi che affibbiare un nomignolo strano, o curioso.
Un soprannome, insomma.
Se parlavi di appartamenti, li distinguevi come per un condominio: Interno 1, Interno 2, Interno 3.
Se intendevi riferirti ai legittimi proprietari, dovevi chiamarli per nome.
L’indiano.
La famiglia sacra.
I Caini.
Se giocavi per associazione d’idee, era tutto più semplice:

Interno 1 – L’Indiano.

Interno 2 – La famiglia sacra.

Interno 3 – I Caini.

Nessuno se ne è mai chiesto il motivo. Ma tutti, li chiamavano così.
Proprio così.
L’Indiano, La famiglia sacra e I Caini.
Erano gli appartamenti più nascosti della città, quelli dei quali parlavi solo ad un confidente, perché un po’ di vergogna, la provavi.
Di zone del genere, di lati oscuri così, insomma, non ne puoi parlare con chiunque.
Non era la ‘chiacchiera’ più comune.
Tuttavia, era un luogo comune: un posto dove ogni membro della città, si trovava a proprio agio.
Anche senza doverci passare per forza.
Ciascun abitante, pellegrino, passero o topo ballerino, sapeva che quella zona esisteva.
E se la ignoravano, c’era sempre un perché.

Segnalibri


Serenamente distratto, scorro le pagine di giorni come fogli di calendario.
Non è impresa facile distribuirsi con intelligenza nel turbinìo caotino e insano. Direi piuttosto, che occorra affabile inerzia.
Perchè accade sempre che parti di me, restino incollate su stracci di giorni andati, sparsi a casaccio.
Come restare seduti a guardare fotografie umide davanti a un camino raggiante.

Quando, in ultimo, questo “Diario” mostrerà la sua ultima pagina, resteranno solo lembi:
Lembi di pieghe nella parte alta del foglio. Segnalibri, direi.
E dunque, non resterà che leggere solo quelle pagine incollate a lacrime e sorrisi, sospiri e vacillamenti, distrazioni e tempi prolungati da una semplice carezza accaldata.
Tutto il resto, sarà solo stata distrazione narrativa.