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L’elenco a parte


Come un involucro di plastica sfiatato e abbandonato, Alicia se ne stava supina nel suo letto: le luci candide e bilanciate dei fari giocavano con le sue curve, scivolando subito sulle lenzuola e innaffiando con vuoti d’ombra la bellezza del corpo. Nessun pensiero o memoria le condiva il viso truccato, solo stupidi retro-pensieri con i quali sporcarsi appena, senza dare nell’occhio. Alicia congelava ogni forma di avan-pensiero nel reparto dei segreti, nonostante questi tentassero di distrarla e farsi avanti con forza. Se ne era accorta di maggio quando, con le prime belle giornate, le donne di casa cominciavano ad affacciarsi ai balconi senza ritegno: se ne stavano con i gomiti incollati sul davanzale suggerendosi l’un l’altra di buttare un occhio ora qui, ora lì. Il primo avan-pensiero di Alicia in quel momento fu quello di salutare le care signore con un bel dito medio sventolato a più non posso da una finestra all’altra di via Ciro Menotti, poi, corretto il tiro e l’ardito pensiero, mugugnò tra i denti un silenzioso – “Fottetevi!”-
In effetti il corpetto di Alicia meritava d’essere ammirato, le sode coppe profumate proponevano metà del seno agli occhi e la restante parte alla fantasia, capezzoli compresi. Da quando era arrivata nel quartiere c’erano segugi che sbucavano da ogni parte: dalle stradine, dai porticati, dalle finestre addobbate con tendaggi d’altri tempi. Alicia se ne stava tranquilla nel suo appartamento facendo ciò che più le riusciva meglio: mettersi in posa davanti ad un obiettivo e aspettare il successivo click. Nessun fotografo si permetteva di suggerirle una posa perché lei, Rosalba in arte Alicia, sapeva come piegarsi per far rizzare membri. A volte sapeva annientare l’eterosessualità femminile senza nemmeno impegnarsi troppo, ci riusciva e basta con semplici occhiate o giochi di lingua. Le donne di via Menotti avevano intuito che in quella casa c’era un gran da fare, così si erano premunite di avvisare le autorità e di tener quieti i propri maschi donandosi una volta di più rispetto alla canonica cadenza mensile.
Con i guai Rosalba ci andava a nozze ma di sposarsi nemmeno l’idea. La razza maschile andava rifocillata di tanto in tanto perché un impegno serio loro, non erano in grado di reggerlo per più di due anni. Aveva scoperto di che pasta erano fatti i baci, le promesse, le dichiarazioni appassionate, così aveva scelto di tenere per sé la parte buona dell’anima e offrire sotto compenso il corpo a quella massa di ‘inseminatori’ inconsapevoli. Solo qualche provino per capire che non era necessario darsi davvero, bastava suggerire fantasie col suo corpo scolpito dall’eros più spudorato. E così, davanti alla macchina fotografica, diveniva ciò che gli uomini desideravano senza per forza conoscere i loro nomi e soprattutto senza essere costretta a ricevere denaro da quelle mani lerce e disgustose.
C’era qualcosa nelle mani degli uomini che proprio non le piaceva: la ritraevano così tanto da nascondersi al freddo, accanto ad uno di quei suoi avan-pensieri stivati e congelati in un tempo fin troppo lontano da non volerne ricordare il motivo di tanto accanimento. Ad ogni modo, in quei momenti lì, avrebbe preferito solo avan-pensieri congelati.
Non sopportava alcun tipo di contatto indelicato perché il suo corpo meritava rispetto. Lo meritavano anche i suoi avan-pensieri. Nel retro-pensiero dimenticava la lista della spesa, le bollette, qualche appuntamento, ma la zona dell’avan-pensiero godeva di una specie di rispetto e riservatezza. Era lo sgabello sul quale accomodarsi vestita e consapevole, era il suo trono, la rocca dalla quale avrebbe saputo cavarsela in caso di mareggiata. Sebbene esposto in certi momenti, l’avan-pensiero andava tuttavia protetto: in fondo, su quel trono sedevano le certezze, il coraggio, la sua pura femminilità. Quella era la zona in cui Rosalba era nient’altro che Rosalba e basta.
Rosalba della casa famiglia;
Rosalba della prima famiglia;
Rosalba e la prima fuga;
Rosalba dalla psicologa;
Rosalba finalmente a scuola;
Rosalba con un cazzo di diploma;
Rosalba adocchiata e
Rosalba violentata;
Rosalba che si sentiva sporca;
Rosalba senza paura con la sua testimonianza;
Rosalba con una sentenza in mano e un figlio di puttana in giro;
Rosalba e la seconda fuga;
Rosalba con un altro nome e un altro aspetto.

Rosalba era un elenco di cose che Alicia non doveva sapere, non doveva ricordare: ci metteva un punto e andava a capo, senza darsi troppe spiegazioni, perché queste prima o poi avrebbero gridato vendetta.
Alicia congelava nell’avan-pensiero un elenco a parte, un elenco che certo le signore di casa non potevano conoscere e che nessuna verità avrebbe giustificato in alcun modo.

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La signora a rotelle


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Taratarata-ta-ta.
Taratarata-ta-ta.
Poi un attimo. Un po’ di fiato.
E ancora di nuovo, con la stessa frequenza di chi non fa più caso all’impertinenza di un fastidioso rumore, tirava dietro sé un vecchio carrello da massaia, telato di rosso. Così si assoggettava alla volontà della strada perché alla fine il disturbo diveniva consuetudine incline al percorso stesso.
La veterana, al secolo Maria Pia Nuoro, sceglieva sempre le ore più insolite della giornata per spostarsi da una piazza all’altra, da un quartiere all’altro, da un paese all’altro: dopo pranzo (quel pasto consumato in compagnia di piccioni, randagi e palazzi vomitevoli, ché dall’interno parevano contorcersi dalle urla e dal malessere dei guai normali) sedeva ai piedi di una chiesa, una fontana, un arco ben protetto e scartava l’involucro ricco di verdura e frutta ricevuto in compenso per i servizi che dispensava. Le sarebbero stati di maggiore utilità monete e denari, ma i paesani, la gente senza pretese, immaginava di far del bene approfittando dei doni della terra. La veterana accoglieva ogni offerta come fosse l’unica risorsa che sotto quel cielo potesse ricevere, e così era per la verità.
Sono ghirlande di versi. Ne prenda una, così  vediamo cosa le capita”.
Sceglieva il ‘benvenuto’ a seconda dell’interlocutore e sapeva come rompere gli indugi scavando nei difetti e nell’umanità dello stesso senza per questo approfittare del suo tempo, anzi offrendo il sollievo di chi ben conosce i guai seri. Ad ogni consenso, un inchino; per ogni rifiuto un ‘grazie’. Poi via di nuovo su quella strada, col suo vecchio carrello rosso da massaia, che le recava il solito disturbo e rumore, sebbene abituata.
Taratarata-ta-ta.
Taratarata-ta-ta.
Offriva versi, pensieri, canti, aforismi, tutti manufatti a mo’ di portacandele, portagioie, portafotografie.
Maria Pia, ci ha da darmi qualche bel rimprovero? Ne ho bisogno per sciogliere i nervi”.
Lo spione continuava a infastidirla ogni volta che attraversava il piazzale del campo santo. Giaceva lì in cerca di fortuna buttando sempre un occhio a quanti mancavano.
Per ogni defunto ci sono almeno cinque visite mensili, coniuge, figli e qualche volta l’amante” diceva.
I defunti solitari e senza fiori erano i prediletti dello spione ché si domandava tutte le volte se fosse mai possibile che in vita il povero cadavere non avesse mai fatto del bene almeno per una volta.
Che ci hai da lamentarti? Ti chiedi mai piuttosto se qualcuno verrà mai a trovare te?”
Lo spione sorrideva e beveva una bestemmia dalla sua bottiglia preferita: mandava giù tutto d’un fiato il vino acido del suo fiasco affinché nessuna cattiveria contro la veterana le venisse fuori incautamente.
Quando hai imparato a scrivere versi?”
”Quando mi hanno cacciato di casa”
”Eri già fuori di testa da allora?”
”Ero già fuori di casa e basta”
E si allontanava ancora per quelle strade di rumore e solito Taratarata-ta-ta taratarata-ta-ta da carrello rosso di massaia.

Le faceva tanto rumore il cuore, s’incagliava sempre sulla strada e sperava che alla tappa successiva, all’ennesima ghirlanda offerta ne ricevesse in cambio un passaggio di benevolenza, un sospiro di verità, il candore di un’emozione sincera. Sceglieva orari insoliti per affrontare la strada, come insolita fu quell’uscita di tantissimi anni prima, per andare incontro al suo innamorato, nell’ora tarda.
”Ehi ragazzina, ti serve un passaggio?”
Non conosceva il ghigno che si nascondeva dietro la cortesia, non sospettava  l’insulto vestito a festa in atto di galanteria, non immaginava il male vestito in modo così elegante e sorridente.
”Grazie” e accettò il passaggio.
Non perse distrattamente l’orientamento ma con l’astuzia di chi procede spedito e spietato verso il suo obiettivo, il galante cattivo vestito a festa la condusse all’unico indirizzo in cui la bestialità umana può dirigersi: il parco della violenza. In quel luogo scaraventò l’ingenuità, i sogni e il senno di Maria Pia; tutto lì lasciò il famelico e bavoso falso uomo, ché ormai in bestia si era tramutata la sua indole già in altre occasioni manifestata.
Lasciò i sogni, il senno e la sua prima femminilità Maria Pia e scelse il nome che poi ricordano ancora oggi: la veterana, forse perché in certe situazioni non c’è nulla da imparare ma solo tutto da dimenticare. Non era più Maria Pia, era ciò che la bestia le aveva lasciato con un solo tocco della sua indomabile violenza.
Non accettava passaggi, non accettava inviti, non accettava le facili promesse: accoglieva solo la strada e quel fastidioso Taratarata-ta-ta taratarata-ta-ta che le segnava il cammino e le riproponeva, sebbene a piedi e sui passi pesanti, un fastidioso ricordo, con la disperata speranza di trovare un giorno quella bestia indomabile e servirgli una delle sue ghirlande. Una ghirlanda speciale, singolare: il suo pianto e i suoi versi di denuncia urlati al mondo e al cielo, ché così almeno qualcuno avrebbe potuto davvero ascoltarla.
Per non sentire più il fastidioso Taratarata-ta-ta taratarata-ta-ta accompagnava il suo vecchio carrello rosso da massaia, quell’ingranaggio che ormai batteva e tartagliava da troppi anni.

Mamma non me l’ha detto.


Mamma non me l’ha detto
quanto me stesso avrei dovuto sprecare prima di conquistare una donna;
Mamma non mi ha detto
che l’amore non fa solo rima con protezione, ma con pazienza;
Mamma non mi raccontato del mancato amore e del suo dolore;
Mamma non mi ha curato le ferite per un tradimento;
Mamma non mi ha insegnato
che quando una donna non ti cerca,
è certo che non finge;
Mamma non mi ha detto nemmeno
che se una donna finge,
te lo dimostra in qualche modo
ed è solo perché chiede ancora amore.

Mamma si vergogna
per ogni uomo
così lontano dal cuore
cui solo le mani sanno parlare;
Mamma non capisce ancora
tutto quel male che è nato da un amore;
Mamma non ci crede
che la vita che nasce da donna
possa divenire violenza e morte;

Mamma non me l’ha detto
come si trattano le Donne,
mi ha solo insegnato
come si diviene Uomini.

Il segno senza sogno


Accarezzo l’artiglio pronto al graffio, si dimena nel petto e schizza nello stomaco. Lo inseguo, gli rendo la mia ombra, leggo impronte e ne traduco veleno. Sanguina rabbia, l’artiglio disumano, perché cerca pace in un campo di zampe piantate: nuovi innesti che l’umano coltiva, irrorando fiele e semi smontati di passione. Non più colori tinteggiano il panorama, ma sfondi piatti sui quali rimbalza l’ostile mano di zampa, pronta a ledere e tracciare solchi di rabbia.

Non era un sogno. Solo un segno.
Il peggior segno sognato di una disumana paura: la violenza. Non lascia mai il segno, ma distrugge i sogni che di giorno cercano luce.
Rigami la faccia, disegna un volto nuovo, cancella pennellate rosee ora che hai piantato la rabbia su questi occhi, perché tanto farò finta di niente.
Il violento tuo saper fare è solo il violento tuo volere.
Hai già smesso di sognare, violento che non altro, perché sei un segno senza sogno