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Il tempo non ha colpe


 
Niente più di ciò che vedeva davvero la trafisse (come se la verità dietro le cose celasse non solo la formula delle formule ma anche la soluzione a qualsiasi tipo di enigma) quanto la durevole ostinazione del tempo che riusciva ad appesantire persino il nulla colorato di polvere e vacue ombre. 
All’interno della torre dell’orologio vecchio Ester ci finiva sempre, in un modo o nell’altro, sin dai tempi dell’infanzia quando ci giocava a nascondino col suo papà: riservava allo stesso modo l’inganno e la giusta attesa per l’ennesimo appuntamento con Ricky perché tanto qualsiasi cosa al di fuori di quella torre poteva mettersi in pausa senza che fosse dichiarata come ritardo. C’era un punto, poco oltre la curva a gomito della siepe di bosso, nel quale ci si poteva tuffare e, strisciando lungo la parete di cinta, affondare in un pertugio divorato dal tempo, dove le pietre erano state rimosse e, chiunque conoscesse il segreto, avrebbe potuto insidiare la fallace protezione. Ester era cresciuta strisciando e consumando le spalle, serbando allo stesso modo il segreto del passaggio. Ed era tutto nei suoi occhi: sospirava davanti alle bocche di stupore delle sue amiche quando annunciava che, ancora una volta, c’era stata.

“Quando poi piove, guardare il paese affacciata sulle nuvole, mi fa sentire dio: lo scolo delle acque e le fogne sono troppo distanti, così prendo tutto il bello che dalla pioggia può nascere”.

Quel pomeriggio ci tornò di nuovo. La stessa curva di bosso, lo stesso muro, la scalinata stretta che girava intorno alla torre, infine la grande sala dell’orologio. Dodici rampe per cinque scalini, sessanta passi, un minuto di ascesa per ritrovarsi sola con tutto il mondo in basso. Ci pensava fiera con la medesima secchezza di sentimenti con i quali la grande ruota dietro le lancette rubava denti al mulino che poggiava sul cuore del marchingegno. Qualche volta si era avvicinata così tanto al meccanismo da poter sentire il profumo del grasso, del ferro robusto, del legno pregiato.
‘Il profumo del tempo’ aveva pensato.

Ma non quel pomeriggio.

C’era troppa nebbia intorno, l’umidità aveva coperto persino la sala dell’orologio penetrando attraverso le fessure della torre e lì giù, nel mondo in basso, si sentiva l’eco di umanità che rientrava a casa, e lo faceva nel modo più normale. Troppo normale per un pomeriggio di foschia intensa.

Ester pattinava con lo sguardo da un lembo all’altro del paesaggio, a tratti ci scivolava sopra perdendo l’equilibrio delle immagini e delle cose. 

Era tutto così confuso. Così laggiù, come lì in alto da lei. 

Il singhiozzo del marchingegno nella sala del tempo non faceva altro che suggerirle la fuga, abbandonare quello spazio asettico e scandito da battiti crudi e tuffarsi nella confusione di quel panorama, dove i rumori si mischiavano ai profumi, si perdevano, saltavano fuori e infine colpivano fino a inzuppare le ossa.

C’era sempre una risposta che rintoccava in quella sala e ciò che Ester ascoltava era nient’altro che il suo modo comune di mettere ordine alle cose, un elenco numerato che aveva scandito sino ad allora le età e le stagioni, riponendole l’una dietro l’altra in una coda di avvenimenti che avevano scritto la sua storia. 

Questa era la pace, il più delle volte un rifugio. 

E poi c’era quell’incognita che mandava fuori tempo ogni progetto, la scansione ordinata degli eventi, che rimbalzava nella sua vita tra un traguardo e l’altro, tra un successo e l’aspettativa di tempi migliori. Attendeva con eleganza e determinazione che i rintocchi dell’orologio vecchio segnassero anche quelli, i tempi migliori in cui poter finalmente assegnare un numero al suo Ricky, quell’anima fuori tempo che il caso le aveva consegnato senza progetto. 

Così quel pomeriggio si mise in ascolto dei secondi che divennero minuti: ogni scatto di lancetta vibrava sulla pelle come uno schiaffo, ma a quelli Ester era abituata, non perché frutto di esperienza quanto perchè aveva scelto di sentirli e strozzarli fra i denti, in una frazione di secondo nel quale annichiliva qualsiasi reazione, ché tanto tutto passava. 
I minuti diventano ore. 

Le ore diventano giorni.

I giorni diventano stagioni.

Ed infatti tutto passava davvero senza che Ester avesse davvero realizzato il numero da attribuire a Ricky.

“Ciò che non scegli, il tempo lo cambia perché le cose si trasformano comunque. Le persone cambiano di conseguenza”.

Il messaggio di Ricky non provocava conseguenze, ma assoluzioni: liberava Ester da qualsiasi responsabilità, lo relegava tra ‘le cose che dovevano finire così, senza che lei davvero potesse far nulla.                 

Pensava di avere del tempo, ancora secondi a disposizione, ma, suo malgrado, c’era solo nebbia. Sedette con le spalle al muro, le braccia a raccogliere le ginocchia e i rintocchi a percuoterle il viso. Sapeva cosa fare, non era complicato, ma tutto il mondo lì in basso era confuso. Sollevò lo sguardo verso la cima della torre e scorse della fuliggine bianca che aleggiava intorno agli angoli: la nebbia era giunta fin lassù, fino oltre lei, oltre ogni sua aspettativa.

La confusione adesso non aveva più un luogo definito perché la avvolgeva completamente, mentre il mondo lì in basso continuava la sua esistenza nel miglior comune modo di vivere.

Perse l’orientamento e i suoi numeri, i suoi elenchi e ogni straccio di progetto: la nebbia inghiottì le forme e le certezze e, con esse, parve dissolversi ogni rintocco. Nessun secondo poteva divenire minuto, semplicemente perché era un altro attimo che non poteva raccontare a nessuno ma doveva nascondere a se stessa. 

Temeva il tempo perso ma ne era vittima, così come era vittima dello stesso percorso che girava alla curva di bosso, al pertugio scavato nel tempo, alle spalle abituate a strisciare, alle scale che segnavano la giusta distanza tra il suo tempo e il mondo in basso.

Pensò che forse il luogo adatto per questo tipo di riflessioni dovesse essere chiuso in una discesa, dalla torre al mondo in basso, accanto al muro di cinta della torre, subito fuori il pertugio e la siepe di bosso. Ebbe il sospetto di aver sbagliato tutto e di essersi cacciata in una trappola che alla fine conteneva la stessa nebbia che mascherava il paese in basso.

Così ciò che vedeva era ciò che davvero la trafiggeva perché la verità dietro le cose non celava nessuna formula tanto meno la soluzione ad alcun tipo di enigma, quanto la sua durevole ostinazione nel tempo che riusciva ad appesantire il nulla colorato di polvere e vacue ombre. Non era la nebbia in sè ma la leggerezza con quale s’intrufolava in cima alla torre. 

Proprio come quella foschia, esattamente come lei. 

Era nebbia, leggera, insostenibile in nessun luogo perchè insostenibile era la colpa del tempo. Scese le dodici rampe lentamente, tastando i passi chè solo grazie a quelli poteva sentire d’essere viva. Ci impiegò più del solito minuto chè la paura di cadere la mandava fuori tempo, oltre i rintocchi, oltre i progetti allineati nei suoi elenchi. Sostò davanti all’ingresso ma non scelse la solita scorciatoia, il percorso dei rifugiati.

Procedette fiera verso il porticato, verso quel tappeto che introduceva alle cerimonie ufficiali e attraverso il quale era lecito entrare ed uscire. Estrasse il fermo sui battenti e cacciò dalla borsa il chiavistello che il padre le aveva donato come porta fortuna poco prima di lasciare il suo posto da custode.

“Forse era necessario accedere dal porticato” pensò tra sè.

Forse aprendo le porte la nebbia si sarebbe diradata tutt’intorno.

Forse l’unica via da battere era la principale, chè le scorciatoie sono tali solo se non fanno perder tempo.

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L’arte delle scatole vuote.


Fra tante chiacchiere, quella che preferivo era rappresentata in maniera plateale, in una stanza affittata per l’occasione. Maddalena era un’artista che si cibava  di scatole vuote. La sua era una mania e non la nascondeva affatto, anzi ne aveva fatto un’arte. Possedeva una cantina e se ci entravi per curiosare, ci passavi a malapena tant’era soffocata di scatoloni. A vederla, a primo impatto, faceva impressione: pareva una discarica di rifiuti, ma ordinata. Potevi accedere alla cantina attraverso una scaletta in mattoni forati incollati con uno sputo di cemento e dovevi badare a dove mettevi i piedi perché altrimenti sentivi il vuoto sotto, e non era una bella sensazione.

"Prima o poi, ci farò una mostra con tutta ‘sta roba".

E così fece.

Durante la festa del Santo Patrono, affittò un locale sul troncone principale del paese, piazzò un tavolino con un cesto decorato e ci infilò sopra un cartello scritto a mano: CONSISTENZE d’esistenze ASSENTI. Tutt’intorno dei fiori con una didascalia a cui non badai più di tanto. Quando vidi il panorama che mi si mostrò davanti agli occhi sorrisi, poi però mi rattristai. Nella stanza c’erano un’infinità di scatole, piazzate in ogni dove, sospese al soffitto e incollate alle pareti: un’apocalisse di cartoni che ti incitavano in qualche modo a fuggire.
"Attraversa il percorso. C’è da rabbrividire" disse.
Così feci.
Passo dopo passo, mi infilai negli spazi lasciati vuoti dagli scatoloni, sfiorandoli appena e sbirciando di tanto in tanto il contenuto, dal momento che non erano affatto sigillati.
"Questo è il più vecchio" intervenne facendosi strada.
Di lato c’era scritto ‘PAPA’ – “ti voglio bene”. 1973′.

Mi fece tanto dolore, mi si aprì un vuoto che respirava della stessa aria di quella scatola.

Scatole vuote.

"Se non sei pronto a legare insieme parole e battiti, sentimenti veri, lascia stare, metti da parte una scatola vuota e aspetta il momento opportuno".

"Dove conservi tutto il resto?" chiesi quasi sottovoce.

"Lontano da scatole vuote. Come parole distanti dai sentimenti. È così difficile legare un battito sincero a piccoli incatenamenti verbali? Quanto amore promettiamo e regaliamo con pacchi infiocchettati per poi scoprire il vuoto dentro?".

Provai allora a cercare la mia scatola, quella col mio nome. Fra tante chiacchiere ora, cercavo di portarmi indietro la mia, perché era questo che chiedeva Maddalena.
In quel piccolo inciso coronato di fiori, si leggeva
La mia è arte da scomporre. Se c’è il tuo nome, porta via la tua scatola perché della tua arte non so che farmene’.

In bella copia.


Mi fai bene perché non correggo più una bozza da tempo e forse, era solo questo il mio errore. Accartocciavo fogli di giorni, isolavo un battito dal petto e lo colpivo con l’inquietudine di chi avrebbe voluto apporre modifiche ad una storia che d’interessante aveva solo l’impegno per la grafia: solo belle lettere, solo righe colme di esercizi. Fogli leggeri di strappi distratti, fogli accartocciati e lasciati in bella mostra come sculture a santificare paure. 

I sentimenti finiscono dritti in bella copia, senza passare dalla brutta: nemmeno le lacrime possono cancellare un errore. Non puoi far finta che sia un esercizio perché quel che scrivi coi sentimenti vale per sempre, si impasta con la pelle e trasuda spontaneità.

È quel che mi hai insegnato.

Vale il rancore e vale l’entusiasmo; vale l’affetto e vale la vendetta; vale la pazienza e vale l’arroganza.

Vale un battito e non puoi tradirlo, dunque non puoi cancellarlo.

Vale il desiderio di te anche quando sbaglio, perché è bello sorridere per un errore, esorcizzarlo con un bacio che scacci via le pieghe della tristezza sulle labbra, allunghi le braccia e le imprigioni attorno ad una storia che vive direttamente in bella copia, perché è quello che vuole.

Voglio vivere in bella perché di bozze ho terminato i miei taccuini, perché con te le parole vengono da sole e perché con te, non è mai un errore.