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Disoccupati e mazziati.


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Quando trilla la sveglia delle 07:00, GiovanLudovico non è solito levarsi di gran lena, ma continua a reggere quel suo stato di dormiveglia iniziato intorno alle 04:25, e fantastica quegli otto barra nove modi di condurre un’ennesima giornata del cazzo. GiovanLudovico è un tipo allegro, ma solo quando è in piedi, perché nel suo letto non riesce più a sognare, in verità non è nemmeno in grado di riposare perché da tempo non è più stanco come una volta e non è capace di dar consistenza a qualche progetto futuro, perché semplicemente non può. GiovanLudovico è chiaramente un disoccupato. Sceso dal letto, bacia sua moglie e, sebbene ancora assonnata, non può fare a meno di augurarle una grandiosa giornata. Si scambiano attenzioni mentre si alternano davanti alla macchina da caffè, e pare la cosa più naturale del mondo, perché GiovanLudovico e sua moglie sono una coppia felice.

Questo stato di grazia si regge in maniera naturale ed è un lavoro che si perpetua quotidianamente senza alcuna difficoltà, nonostante nel suo cuore, GiovanLudovico, vorrebbe che le cose fossero un tantino diverse. Quando saluta sua moglie davanti alla porta, non riesce a trattenere una smorfia di sana invidia: ricorda ancora quando, uscendo di casa alle 06:30 per il turno mattutino, la baciava mentre era sepolta sotto il caldo piumone, rincorrendo i capricci di moine ad occhi chiusi. Adesso è lei che lo bacia, raccomandandogli di stendere la biancheria non appena terminato il ciclo in lavatrice. GiovanLudovico la rassicura perché è un lavoro di cui non solo è capace ma si ritiene responsabile. GiovanLudovico ora è solo e finalmente può mettersi all’opera: la sua giornata ha inizio e spera nel suo cuore che qualcosa lo sorprenda mentre è distratto a sciacquare tazzine da caffè, passare l’aspirapolvere, riassettare il letto sfatto. Solo il cicalino della lavatrice è capace di prenderlo per il collo del pigiama e catapultarlo alla realtà: la biancheria urla perché non è può più d’essere sbattuta e strizzata dal cestello che da gran bullo, ne ha fatto una poltiglia umida. Nessuna telefonata purtroppo, solo uno stupido cicalino.

È probabile che non ci sarà nessuna novità anche per questa giornata, ma non stiamo qui a cercare un colpevole, perché se volesse puntare davvero il dito, GiovanLudovico non avrebbe problemi a fottersene altamente ché ha ben altro di cui preoccuparsi. Nei sei mesi di fermo lavorativo, ha dovuto stringere i denti e soprattutto gli occhi, per non incrociare quelli degli altri, i quali constatando lo stato di disoccupazione, non versavano parole di commiserazione, piuttosto cigliate di biasimo tanto da provare egli stesso vergogna. “Disoccupato e mazziato” aveva pensato GiovanLudovico in una di quelle volte. E non ha mai calcato la mano per urlare contro un sistema strano: la politica la lascia ad altri, quelli insomma che indistintamente racchiude nell’unico partito, ché sono tutti dalla stessa parte alla fine. GiovanLudovico è un sognatore responsabile, perché sa che prima o poi arriverà quella telefonata che aspetta e sarà un giorno di festa; GiovanLudovico sa che possiede non solo le capacità ma anche quel benedetto curriculum degno di attenzione, tuttavia non ha ancora capito perché nel mostrarlo deve giustificarsi per uno stato di cose di cui non è responsabile; GiovanLudovico  ama il suo lavoro e sa bene che nonostante l’esperienza, dovrà ricominciare da zero e sentirsi l’ultimo arrivato; GiovanLudovico ha reso i suoi nuovi inizi una scusa buona per rimettersi in gioco. Ma la gente che di inquisire e condannare bonariamente non ne ha mai le palle piene, queste cose non le sa. Non può saperle, perché semplicemente non si è mai preoccupata di conoscere la storia di GiovanLudovico.

Perché mai avrebbe dovuto?!

Perché allora deve crucciarsi e guardare GiovanLudovico con due occhi severi, quasi lo ritenesse colpevole del crimine di cialtroneria? Magari non siamo GiovanLudovico, o forse sì. Poco importa, non è questo che fa la differenza. Disoccupati e mazziati ci ridiamo sopra alla fine, perché conosciamo il nostro valore e sappiamo quanto è dura fingere di attendere una chiamata, ché tanto arriverà quando meno te lo aspetti; abbiamo imparato a scandire le settimane, saltando a piè pari i week-end, che se da una parte non son giorni lavorativi e non potranno mai portare buone notizie, dall’altra un po’ ci consumeranno facendoci sentire quasi inadeguati per un riposo settimanale che non meritiamo; disoccupati e mazziati infine, aspettiamo la sera che ci rinfranchi con quella speranza del giorno dopo, del giorno migliore, perché quel giorno, al netto degli inquisitori, sarà il giorno in cui GiovanLudovico tornerà a rammaricarsi per quella maledetta sveglia delle 05:15

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“La malacarne” di Luca Calò


Perché questo libro:

Prima di entrare nel merito della recensione, vi spiego cosa mi ha spinto ad acquistare questo libro dal momento che non conosco l’autore e dunque sarebbe potuto passare inosservato in mezzo a tanti altri titoli. Lo faccio mostrandovi subito la copertina.

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Obiettivamente è un bel biglietto da visita. L’immagine color seppia, nonché la postura del protagonista, lasciano trasparire qualcosa di malinconico, introspettivo. È un invito alla riflessione. Almeno per me è stato così. Il titolo infine, è stato il vero magnete che ha catturato la mia attenzione: questo libro doveva esser mio.

Impressioni iniziali:

Ho comprato questo libro online. Solitamente non bado troppo alla voluminosità, non mi impressionano i libri corposi (eccetto quella volta in cui scelsi Infinite Jest di Wallace – 1282 pagine comprensive di note da leggere obbligatoriamente!), tuttavia appena scartato il pacco postale, ho scoperto con mia grande sorpresa, che il romanzo contava 77 pagine, ringraziamenti e sommario inclusi. Un romanzo breve, dunque. Chissà perché, nella mia mente si era configurata l’idea di un bel volume da duecento e passa pagine. Tuttavia la fattura del prodotto ha rispettato le impressioni in fase di acquisto: un libro ben stampato, una copertina decisamente invitante. Dunque, in fin dei conti, nulla era compromesso.

Inizia la lettura

Appena aperto il volume, scorgo il nome del primo capitolo: Annita Sonnino, la moglie. Immediatamente mi son chiesto: “Chissà quanti capitoli può contenere un romanzo di 77 pagine?”. Forse una domanda stupida, ma sta di fatto che mi sono catapultato a fine libro, al sommario. E qui, la mia seconda sorpresa: due capitoli. Annita Sonnino, la moglie; Alfredo Sonnino, il marito. C’era dunque da aspettarsi una storia speculare? Due visioni della stessa vicenda? Vi anticipo qualcosina: è esattamente così, ma con un particolare. La parte che riguarda Annita, la moglie, occupa una fetta importante del romanzo. Una scelta che approvo e che a mio parere pone l’accento sulla sfera emozionale dell’intera storia.

I personaggi

Concetta Gastaldo Ventura: madre di Claudia, Grazia e Annita

Claudia Ventura: Prima figlia di Concetta
Grazia Ventura: Terza figlia di Concetta
Annita Ventura: Seconda figlia di Concetta e protagonista
Alfredo Sonnino: Marito di Annita, protagonista
Guido Sonnino: Padre di Alfredo
Gigliola Sonnino: Madre di Alfredo

La storia

Sintetizzare gli eventi che si susseguono nel romanzo significherebbe minimizzare il libro stesso, perché quel che accade davvero ai personaggi è simile a un moto di burrasca che scuote le carni dall’interno. Annita ha appena partorito il suo primogenito Nino, ma vi sono subito delle complicazioni: per questo motivo Concetta, Claudia e Grazia accorrono al suo capezzale. Annita è provata nel fisico, pallida e smunta, intercetta un dolore che sin dall’inizio si intuisce non ha nulla a che vedere con il parto. Il male che l’angoscia e che le gira intorno assume sempre più le sembianze di Alfredo, il marito. Alcune voci sussurrano una violenza famigliare. Ciò pare stonare: il connubio violenza/parto è un intrigante depistaggio messo in atto dall’autore ed ha la finalità di creare una eco tra ciò che la gente disegna come verità e il dramma vero che pian piano va delineandosi. Gli elementi del puzzle si assestano intorno alla figura di Alfredo come persona gentile, cortese, educata, ma nel marasma dell’intreccio che ancora non è evidente, alcuni pezzi non coincidono, stridono: vi è di sottofondo un brontolio come una sorta di pentola a pressione che è lì pronta ad esplodere. «Alfrèd tiene na’ zoccòl» sono le parole di Annita. Il primo intoppo, un leggero cappio che inizia a stare stretto persino al lettore. Infatti ciò che ho trovato disarmante è il tentativo delle donne che ruotano attorno ad Annita, (la madre e le sorelle), di soffocare nel silenzio una situazione talmente palese da rasentare quasi la normalità. Alfredo ha sì un amante, ma quest’oggetto del desiderio non resta per nulla celato, anzi, frequenta la casa, siede accanto ad Alfredo, scherza e fuma con lui, ci lavora insieme nelle ferrovie perché è lì che l’ha piazzato Alfredo stesso. Si tratta di un uomo, Pierre. Ecco il problema da sotterrare, ecco il nodo. Si tratta di un groviglio da non sbrogliare perché altrimenti crollerebbe quella finta normalità che garantisce certo una sicurezza famigliare, ma principalmente terrebbe in silenzio le voci, le malelingue. È un nodo troppo stretto che Annita non riesce e non vuole subire, piuttosto preferisce mostrarsi come una folle, delirante, affinché la sua voce venga ascoltata.

Il secondo capitolo è il ritratto di Alfredo e mira a scardinare, attraverso un’analisi speculare, quei segreti che si celano nell’altra metà, quella descritta con immagini ambigue e non chiare del primo capitolo. Il lettore impara a conoscere l’uomo Alfredo, le viscere intrise di abbandoni e riscatti, ricerca e timori. Si entra così in contatto con l’umanità del protagonista, così come è avvenuto nel primo capitolo con Annita.

La malacarne è un concentrato di esistenze che si stringono intorno al dramma dei Sonnino. Vite che si intersecano e si scontrano puntando sempre e comunque a quella stabilità precaria che deve solo apparire, mentre nelle retrovie ogni cosa si ribella. E’ così anche per Claudia e Grazia, sapientemente messe in risalto nel primo capitolo, in quell’incastro di pezzi da accomodare accanto alla povera Annita. Individualità che tentano di appaiarsi alla normalità, fatta eccezione per la folle protagonista, una nota fuori dal coro a pretendere dignità.

Infine un applauso all’autore: uno stile asciutto, pulito, severo in alcuni tratti e capace di tenere legato il lettore alle pagine che pulsano di vita. Davvero un gran bel leggere e senza dubbio un ottimo spunto di riflessione non certo sulla omosessualità, ma sul valore umano e il peso che esso assume dinanzi ad occhi incapaci di leggere la verità.

Info:
Casa Editrice: Les Flaneurs
Prezzo: 9,00 €
Tempo medio di lettura: 3 h

Link per acquistare il libro

Un abito nuovo per Hektor


Credo che l’animo di un personaggio come Hektor abbia solo iniziato a mostrarsi, perché vive di umanità, di sentimenti primordiali e non crede che tutto possa chiudersi in una favola a lieto fine. Vuol raccontare dell’amore, del significato delle parole che spesso pronunciamo senza un contenuto che esprima davvero qualcosa. Hektor vuol scendere nel profondo e sradicare la corteccia, come sempre vuol conoscere la verità.”

Anteprima di “Metà carne, Metà ricordo” II edizione in promo

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Il tempo non ha colpe


 
Niente più di ciò che vedeva davvero la trafisse (come se la verità dietro le cose celasse non solo la formula delle formule ma anche la soluzione a qualsiasi tipo di enigma) quanto la durevole ostinazione del tempo che riusciva ad appesantire persino il nulla colorato di polvere e vacue ombre. 
All’interno della torre dell’orologio vecchio Ester ci finiva sempre, in un modo o nell’altro, sin dai tempi dell’infanzia quando ci giocava a nascondino col suo papà: riservava allo stesso modo l’inganno e la giusta attesa per l’ennesimo appuntamento con Ricky perché tanto qualsiasi cosa al di fuori di quella torre poteva mettersi in pausa senza che fosse dichiarata come ritardo. C’era un punto, poco oltre la curva a gomito della siepe di bosso, nel quale ci si poteva tuffare e, strisciando lungo la parete di cinta, affondare in un pertugio divorato dal tempo, dove le pietre erano state rimosse e, chiunque conoscesse il segreto, avrebbe potuto insidiare la fallace protezione. Ester era cresciuta strisciando e consumando le spalle, serbando allo stesso modo il segreto del passaggio. Ed era tutto nei suoi occhi: sospirava davanti alle bocche di stupore delle sue amiche quando annunciava che, ancora una volta, c’era stata.

“Quando poi piove, guardare il paese affacciata sulle nuvole, mi fa sentire dio: lo scolo delle acque e le fogne sono troppo distanti, così prendo tutto il bello che dalla pioggia può nascere”.

Quel pomeriggio ci tornò di nuovo. La stessa curva di bosso, lo stesso muro, la scalinata stretta che girava intorno alla torre, infine la grande sala dell’orologio. Dodici rampe per cinque scalini, sessanta passi, un minuto di ascesa per ritrovarsi sola con tutto il mondo in basso. Ci pensava fiera con la medesima secchezza di sentimenti con i quali la grande ruota dietro le lancette rubava denti al mulino che poggiava sul cuore del marchingegno. Qualche volta si era avvicinata così tanto al meccanismo da poter sentire il profumo del grasso, del ferro robusto, del legno pregiato.
‘Il profumo del tempo’ aveva pensato.

Ma non quel pomeriggio.

C’era troppa nebbia intorno, l’umidità aveva coperto persino la sala dell’orologio penetrando attraverso le fessure della torre e lì giù, nel mondo in basso, si sentiva l’eco di umanità che rientrava a casa, e lo faceva nel modo più normale. Troppo normale per un pomeriggio di foschia intensa.

Ester pattinava con lo sguardo da un lembo all’altro del paesaggio, a tratti ci scivolava sopra perdendo l’equilibrio delle immagini e delle cose. 

Era tutto così confuso. Così laggiù, come lì in alto da lei. 

Il singhiozzo del marchingegno nella sala del tempo non faceva altro che suggerirle la fuga, abbandonare quello spazio asettico e scandito da battiti crudi e tuffarsi nella confusione di quel panorama, dove i rumori si mischiavano ai profumi, si perdevano, saltavano fuori e infine colpivano fino a inzuppare le ossa.

C’era sempre una risposta che rintoccava in quella sala e ciò che Ester ascoltava era nient’altro che il suo modo comune di mettere ordine alle cose, un elenco numerato che aveva scandito sino ad allora le età e le stagioni, riponendole l’una dietro l’altra in una coda di avvenimenti che avevano scritto la sua storia. 

Questa era la pace, il più delle volte un rifugio. 

E poi c’era quell’incognita che mandava fuori tempo ogni progetto, la scansione ordinata degli eventi, che rimbalzava nella sua vita tra un traguardo e l’altro, tra un successo e l’aspettativa di tempi migliori. Attendeva con eleganza e determinazione che i rintocchi dell’orologio vecchio segnassero anche quelli, i tempi migliori in cui poter finalmente assegnare un numero al suo Ricky, quell’anima fuori tempo che il caso le aveva consegnato senza progetto. 

Così quel pomeriggio si mise in ascolto dei secondi che divennero minuti: ogni scatto di lancetta vibrava sulla pelle come uno schiaffo, ma a quelli Ester era abituata, non perché frutto di esperienza quanto perchè aveva scelto di sentirli e strozzarli fra i denti, in una frazione di secondo nel quale annichiliva qualsiasi reazione, ché tanto tutto passava. 
I minuti diventano ore. 

Le ore diventano giorni.

I giorni diventano stagioni.

Ed infatti tutto passava davvero senza che Ester avesse davvero realizzato il numero da attribuire a Ricky.

“Ciò che non scegli, il tempo lo cambia perché le cose si trasformano comunque. Le persone cambiano di conseguenza”.

Il messaggio di Ricky non provocava conseguenze, ma assoluzioni: liberava Ester da qualsiasi responsabilità, lo relegava tra ‘le cose che dovevano finire così, senza che lei davvero potesse far nulla.                 

Pensava di avere del tempo, ancora secondi a disposizione, ma, suo malgrado, c’era solo nebbia. Sedette con le spalle al muro, le braccia a raccogliere le ginocchia e i rintocchi a percuoterle il viso. Sapeva cosa fare, non era complicato, ma tutto il mondo lì in basso era confuso. Sollevò lo sguardo verso la cima della torre e scorse della fuliggine bianca che aleggiava intorno agli angoli: la nebbia era giunta fin lassù, fino oltre lei, oltre ogni sua aspettativa.

La confusione adesso non aveva più un luogo definito perché la avvolgeva completamente, mentre il mondo lì in basso continuava la sua esistenza nel miglior comune modo di vivere.

Perse l’orientamento e i suoi numeri, i suoi elenchi e ogni straccio di progetto: la nebbia inghiottì le forme e le certezze e, con esse, parve dissolversi ogni rintocco. Nessun secondo poteva divenire minuto, semplicemente perché era un altro attimo che non poteva raccontare a nessuno ma doveva nascondere a se stessa. 

Temeva il tempo perso ma ne era vittima, così come era vittima dello stesso percorso che girava alla curva di bosso, al pertugio scavato nel tempo, alle spalle abituate a strisciare, alle scale che segnavano la giusta distanza tra il suo tempo e il mondo in basso.

Pensò che forse il luogo adatto per questo tipo di riflessioni dovesse essere chiuso in una discesa, dalla torre al mondo in basso, accanto al muro di cinta della torre, subito fuori il pertugio e la siepe di bosso. Ebbe il sospetto di aver sbagliato tutto e di essersi cacciata in una trappola che alla fine conteneva la stessa nebbia che mascherava il paese in basso.

Così ciò che vedeva era ciò che davvero la trafiggeva perché la verità dietro le cose non celava nessuna formula tanto meno la soluzione ad alcun tipo di enigma, quanto la sua durevole ostinazione nel tempo che riusciva ad appesantire il nulla colorato di polvere e vacue ombre. Non era la nebbia in sè ma la leggerezza con quale s’intrufolava in cima alla torre. 

Proprio come quella foschia, esattamente come lei. 

Era nebbia, leggera, insostenibile in nessun luogo perchè insostenibile era la colpa del tempo. Scese le dodici rampe lentamente, tastando i passi chè solo grazie a quelli poteva sentire d’essere viva. Ci impiegò più del solito minuto chè la paura di cadere la mandava fuori tempo, oltre i rintocchi, oltre i progetti allineati nei suoi elenchi. Sostò davanti all’ingresso ma non scelse la solita scorciatoia, il percorso dei rifugiati.

Procedette fiera verso il porticato, verso quel tappeto che introduceva alle cerimonie ufficiali e attraverso il quale era lecito entrare ed uscire. Estrasse il fermo sui battenti e cacciò dalla borsa il chiavistello che il padre le aveva donato come porta fortuna poco prima di lasciare il suo posto da custode.

“Forse era necessario accedere dal porticato” pensò tra sè.

Forse aprendo le porte la nebbia si sarebbe diradata tutt’intorno.

Forse l’unica via da battere era la principale, chè le scorciatoie sono tali solo se non fanno perder tempo.

Loretta del “15” sempre al nord


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La vita qui in paese gira come in un documentario. Gli abitanti seguono un copione nel quale non è tanto il ruolo il fattore determinante, quanto la posizione. C’è Loretta, per esempio, che trascorre la giornata sulla rampa di casa sua, lucidando maioliche acquistate in diversi pellegrinaggi. A dire il vero, la fantasia non è proprio il suo miglior pregio, dal momento che l’intera facciata è tappezzata dallo stesso numero civico variopinto e lavorato da diversi maestri della ceramica: dovreste vederla con quanta passione strofina quel numero quindici – che è il civico in questione – ondeggiando col suo bacino largo per tutta la scalinata. Ora che la osservo meglio, ne ha piazzati quattro anche sulla cornice superiore dell’ingresso. Ad occhio e croce, ne conto ventisette e per spezzare la monotonia del paesaggio, ci ha messo pure delle ceramiche che rappresentano il sole e la luna. In basso campeggia un’ultima maiolica con la scritta “Salve”. E dire che Loretta non avrebbe più l’età per spostarsi tanto, ha settant’anni passati e a mio parere dovrebbe smetterla di andarsene in giro per santuari, giacché non credo che in tutta l’Italia ci siano così tanti luoghi di pellegrinaggio degni di un viaggio noioso e di un ennesimo numero quindici da acquistare. L’arte di Loretta, il suo posto, vive su quelle scale: la potreste beccare a lucidare maioliche a qualsiasi ora della giornata, e secondo me, lei ci ‘vive’ anche per vigilare che nessuno, fosse anche per scherzo, gliene faccia sparire qualcuna.

Loretta ci ha la passione del numero “quindici” si direbbe, eppure una storia alle spalle ce l’ha avuta. Affari di cuore, dicono, perché anche lei, una volta, è stata innamorata. Uno di passaggio, un certo Emanuele del nord. Dicono che ci aveva i parenti da queste parti e ogni estate scendeva giù per passare le vacanze nel brindisino. Dopo un po’ di anni Emanuele del nord si dimenticò dei parenti e del sud, lasciando Loretta sulle scale di casa ad attendere invano il suo ritorno. Forse la storia dei pellegrinaggi è una scusa per andare al nord e vedere se le è capace di ritrovare Emanuele; forse la storia di Loretta sulle scale è solo la verità per vedere quanta gente ancora ride di lei.

Ecco, Loretta per quanto stabile, non ha ancora trovato pace, non sa di preciso dove stare, se al nord o sulle scale di casa sua, nonostante gli oltre settant’anni suonati cantino una nenia che racconta nostalgia. Eppure avrebbe potuto innamorarsi di un turista qualsiasi: ne scendono sempre tanti da queste parti. Loretta invece aveva scelto Emanuele del nord, nonostante non si fossero mai scambiati una sola parola.

L’elenco a parte


Come un involucro di plastica sfiatato e abbandonato, Alicia se ne stava supina nel suo letto: le luci candide e bilanciate dei fari giocavano con le sue curve, scivolando subito sulle lenzuola e innaffiando con vuoti d’ombra la bellezza del corpo. Nessun pensiero o memoria le condiva il viso truccato, solo stupidi retro-pensieri con i quali sporcarsi appena, senza dare nell’occhio. Alicia congelava ogni forma di avan-pensiero nel reparto dei segreti, nonostante questi tentassero di distrarla e farsi avanti con forza. Se ne era accorta di maggio quando, con le prime belle giornate, le donne di casa cominciavano ad affacciarsi ai balconi senza ritegno: se ne stavano con i gomiti incollati sul davanzale suggerendosi l’un l’altra di buttare un occhio ora qui, ora lì. Il primo avan-pensiero di Alicia in quel momento fu quello di salutare le care signore con un bel dito medio sventolato a più non posso da una finestra all’altra di via Ciro Menotti, poi, corretto il tiro e l’ardito pensiero, mugugnò tra i denti un silenzioso – “Fottetevi!”-
In effetti il corpetto di Alicia meritava d’essere ammirato, le sode coppe profumate proponevano metà del seno agli occhi e la restante parte alla fantasia, capezzoli compresi. Da quando era arrivata nel quartiere c’erano segugi che sbucavano da ogni parte: dalle stradine, dai porticati, dalle finestre addobbate con tendaggi d’altri tempi. Alicia se ne stava tranquilla nel suo appartamento facendo ciò che più le riusciva meglio: mettersi in posa davanti ad un obiettivo e aspettare il successivo click. Nessun fotografo si permetteva di suggerirle una posa perché lei, Rosalba in arte Alicia, sapeva come piegarsi per far rizzare membri. A volte sapeva annientare l’eterosessualità femminile senza nemmeno impegnarsi troppo, ci riusciva e basta con semplici occhiate o giochi di lingua. Le donne di via Menotti avevano intuito che in quella casa c’era un gran da fare, così si erano premunite di avvisare le autorità e di tener quieti i propri maschi donandosi una volta di più rispetto alla canonica cadenza mensile.
Con i guai Rosalba ci andava a nozze ma di sposarsi nemmeno l’idea. La razza maschile andava rifocillata di tanto in tanto perché un impegno serio loro, non erano in grado di reggerlo per più di due anni. Aveva scoperto di che pasta erano fatti i baci, le promesse, le dichiarazioni appassionate, così aveva scelto di tenere per sé la parte buona dell’anima e offrire sotto compenso il corpo a quella massa di ‘inseminatori’ inconsapevoli. Solo qualche provino per capire che non era necessario darsi davvero, bastava suggerire fantasie col suo corpo scolpito dall’eros più spudorato. E così, davanti alla macchina fotografica, diveniva ciò che gli uomini desideravano senza per forza conoscere i loro nomi e soprattutto senza essere costretta a ricevere denaro da quelle mani lerce e disgustose.
C’era qualcosa nelle mani degli uomini che proprio non le piaceva: la ritraevano così tanto da nascondersi al freddo, accanto ad uno di quei suoi avan-pensieri stivati e congelati in un tempo fin troppo lontano da non volerne ricordare il motivo di tanto accanimento. Ad ogni modo, in quei momenti lì, avrebbe preferito solo avan-pensieri congelati.
Non sopportava alcun tipo di contatto indelicato perché il suo corpo meritava rispetto. Lo meritavano anche i suoi avan-pensieri. Nel retro-pensiero dimenticava la lista della spesa, le bollette, qualche appuntamento, ma la zona dell’avan-pensiero godeva di una specie di rispetto e riservatezza. Era lo sgabello sul quale accomodarsi vestita e consapevole, era il suo trono, la rocca dalla quale avrebbe saputo cavarsela in caso di mareggiata. Sebbene esposto in certi momenti, l’avan-pensiero andava tuttavia protetto: in fondo, su quel trono sedevano le certezze, il coraggio, la sua pura femminilità. Quella era la zona in cui Rosalba era nient’altro che Rosalba e basta.
Rosalba della casa famiglia;
Rosalba della prima famiglia;
Rosalba e la prima fuga;
Rosalba dalla psicologa;
Rosalba finalmente a scuola;
Rosalba con un cazzo di diploma;
Rosalba adocchiata e
Rosalba violentata;
Rosalba che si sentiva sporca;
Rosalba senza paura con la sua testimonianza;
Rosalba con una sentenza in mano e un figlio di puttana in giro;
Rosalba e la seconda fuga;
Rosalba con un altro nome e un altro aspetto.

Rosalba era un elenco di cose che Alicia non doveva sapere, non doveva ricordare: ci metteva un punto e andava a capo, senza darsi troppe spiegazioni, perché queste prima o poi avrebbero gridato vendetta.
Alicia congelava nell’avan-pensiero un elenco a parte, un elenco che certo le signore di casa non potevano conoscere e che nessuna verità avrebbe giustificato in alcun modo.

L’amore senza suole


Scarpette bianche più grandi di te, due lingue a strappo che stringono il collo per lasciarlo strozzare, i passi veloci per non lasciarli andare;  
insegui le ombre perché non vedi il sole, non te l’hanno mostrato, non ti hanno incantato: ascolti solo quel sibilo che inghiotte rumori, come se il vento masticasse stupore.
Hai tutt’intorno profumo di caramelle, così distratta ragioni a colori che nessuno tra i grandi sa davvero fermarti .
Scarpette bianche più grandi di te, inciampi nel tuo nome che ancora non vedi sulle labbra bagnate di chi insegui lontano 
e l’affanno ti gonfia il viso, il sorriso, più grandi di te.
Scarpette macchiate più grandi di te, cosa è successo?
Non è più bianco il desiderio che hai?
L’inverno ti sporca di freddo e tu, scarpette bianche non ne indosserai più.
A piedi nudi e della giusta misura ti vedrai crescere, conoscerai il terreno da calpestare, picchiare, imbrattare con le tue impronte,
perché di pungerti non ne avrai più voglia.
Bambina a piedi scalzi sarai già donna 
e in quelle scarpette bianche più grandi di te,
avrai lasciato il sudore e i passi grandi
che di quelli non se ne fanno mai,
piuttosto seduta saprai farti bella
in attesa di chi saprà chiamarti sempre con meraviglia.