Archivi tag: passione

Loretta del “15” sempre al nord


IMG_0770

La vita qui in paese gira come in un documentario. Gli abitanti seguono un copione nel quale non è tanto il ruolo il fattore determinante, quanto la posizione. C’è Loretta, per esempio, che trascorre la giornata sulla rampa di casa sua, lucidando maioliche acquistate in diversi pellegrinaggi. A dire il vero, la fantasia non è proprio il suo miglior pregio, dal momento che l’intera facciata è tappezzata dallo stesso numero civico variopinto e lavorato da diversi maestri della ceramica: dovreste vederla con quanta passione strofina quel numero quindici – che è il civico in questione – ondeggiando col suo bacino largo per tutta la scalinata. Ora che la osservo meglio, ne ha piazzati quattro anche sulla cornice superiore dell’ingresso. Ad occhio e croce, ne conto ventisette e per spezzare la monotonia del paesaggio, ci ha messo pure delle ceramiche che rappresentano il sole e la luna. In basso campeggia un’ultima maiolica con la scritta “Salve”. E dire che Loretta non avrebbe più l’età per spostarsi tanto, ha settant’anni passati e a mio parere dovrebbe smetterla di andarsene in giro per santuari, giacché non credo che in tutta l’Italia ci siano così tanti luoghi di pellegrinaggio degni di un viaggio noioso e di un ennesimo numero quindici da acquistare. L’arte di Loretta, il suo posto, vive su quelle scale: la potreste beccare a lucidare maioliche a qualsiasi ora della giornata, e secondo me, lei ci ‘vive’ anche per vigilare che nessuno, fosse anche per scherzo, gliene faccia sparire qualcuna.

Loretta ci ha la passione del numero “quindici” si direbbe, eppure una storia alle spalle ce l’ha avuta. Affari di cuore, dicono, perché anche lei, una volta, è stata innamorata. Uno di passaggio, un certo Emanuele del nord. Dicono che ci aveva i parenti da queste parti e ogni estate scendeva giù per passare le vacanze nel brindisino. Dopo un po’ di anni Emanuele del nord si dimenticò dei parenti e del sud, lasciando Loretta sulle scale di casa ad attendere invano il suo ritorno. Forse la storia dei pellegrinaggi è una scusa per andare al nord e vedere se le è capace di ritrovare Emanuele; forse la storia di Loretta sulle scale è solo la verità per vedere quanta gente ancora ride di lei.

Ecco, Loretta per quanto stabile, non ha ancora trovato pace, non sa di preciso dove stare, se al nord o sulle scale di casa sua, nonostante gli oltre settant’anni suonati cantino una nenia che racconta nostalgia. Eppure avrebbe potuto innamorarsi di un turista qualsiasi: ne scendono sempre tanti da queste parti. Loretta invece aveva scelto Emanuele del nord, nonostante non si fossero mai scambiati una sola parola.

Annunci

[work in progress] Cambiami la faccia.


Oria_28

Le mosche di inverno mi hanno fatto sempre ridere.

Hanno perso la strada”, pensavo da bambino.

Saranno nate in un periodo sbagliato”, vaneggiavo qualche anno dopo.

La verità è che mangiano alla nostra stessa tavola, senza che nessuno le abbia invitate.

Commensalismo, dice la scienza.

Noia, sostengo io.

Ci ripenso proprio ora che ripercorro le stesse strade di quand’ero bambino.

Nonostante gli anni, nulla mi sembra cambiato: le stesse impressioni,  per il resto il tempo ha versato giorni e consumato pareti. Come a tavola: ti danno da mangiare per seppellire tutto in fondo allo stomaco. 

C’è ancora lo stesso muschio di allora intorno al marciapiede della scuola, ingiallito dalle acque e dal sole, dalle risacche di pioggia e dalla muffa di cartacce pregne di olio. Ricordo che ci facevo la sponda con le biglie e chissà quante ne avrò perdute, cadute oltre le grate della fogna. Ecco, quel muschio proietta ancora la stessa ombra: né il caldo, né gli inverni l’hanno schiodato dal marmo e forse, con un po’ di nostalgia, mi chiedo quale sia il mistero che lo lasci ancora lì, dopo interi decenni.

Radici, forse.

Quel che è certo, non è mai un mistero e mi pare stupido proprio adesso, interrogarmi su quanto io sia cambiato o quanto questo paese, alla fine, mi abbia cambiato. Perché te ne accorgi solo se ci ritorni e, a parte il muschio e le mosche, mi sembra che l’attesa – di ripartire e tornare – sia l’unica a non esser cambiata.

Appunto, mosche di inverno.

Ai miei tempi c’erano tante di quelle mosche, da far gare tra noi maschietti; mosche che sarebbero comunque morte anche senza la nostra inutile cattiveria. Dicono che sopravvivano due o tre settimane al massimo, il tempo di deporre migliaia di uova e ronzare felici ed ignare, nell’aldilà delle mosche.

O nell’aldilà, semplicemente.

Dopo tante di quelle due o tre settimane passate a mendicare vita, solo adesso, qui e su queste strade, sono certo di aver amato, ed è una sensazione simile all’attesa. Ripartire e tornare, come il mare: un moto che non s’acquieta mai, perché altrimenti ristagnerebbe. Commensalismo delle occasioni perse, raccattando briciole che qualcuno ha dimenticato per noia, stracci di storia appesa nella memoria buona, quella che ti fa sorridere in apnea silenziosa, assecondando ogni singola lacrima che cede a ciglia stanche. Felici. E libera adesso, vola la parte più sensibile, come di ali staccate dal petto che, prima o poi, moriranno per sempre tra i ricordi.

Sulla carta e sulla pelle.


parole-sulla-pelle

Logorroica era la voglia di starti sulla pelle e annusare quel filo di respiro che trattenevi per gioco, in silenzio.
Ti avrei parlato all’infinito intorno agli occhi, per vedere se ero capace di apostrofarli come facevi tu, quando ammiccavi;
ti avrei sussurrato sulle gote scioccherie, per vederle arrossire, perché quando ridevi, le tue labbra carnose illuminavano il viso;
avrei punzecchiato di insulti le tue spalle, perché odiavo quando riuscivi ad intossicarmi anche da ferma, standotene in disparte per tutta la serata;
volutamente avrei stonato la tua canzone preferita,  per vederti andare fuori tempo mentre la ballavi.
Se le promesse non fossero fatte di parole, farei del silenzio il mio più bel componimento.

E un po’ per volta, così, sto abituandomi ad ascoltare, ad attendere, a darti il giusto spazio, a regalarti quella cornice nella quale volevi brillare. Ora e in silenzio, sto ascoltandoti. La tua storia, la tua passione, il tuo essere unica e mia. E’ una storia che non smetterò di ascoltare.

La tua assenza non fa altro che raccontarmela.

Calendule ed Orchidee.


Lustrò le papille olfattive per tutta l’ampiezza della sua carne ed avvertì i capillari tendersi al loro passaggio. Timidezza e rassegnazione si costiparono, pronunciando echi smaniosi.

Giunse l’attimo di quel passaggio, il passaggio obbligato.

Ma andò oltre.

Il suo cammino toccò terra e concretezza.

E la rivestì.

“Calendula. Sei una da calendula”.

“Sbagliato!”.

“Calendula”.

“Orchidea, pazzo d’un fioraio!”.

Sorrise il pazzo fioraio.

“Perché ti prendi gioco di me! Perché continui a sfiorarmi? Cosa c’è oltre quel maledetto naso?!”.

“Dovresti andare. Ti sta aspettando. Ora è il momento!”.

“Cosa vuoi dire?! Cosa ne sai!”.

“L’altra, è andata via da un pezzo. E non è un segreto. Hai bisogno di farti annusare per sopprimere gelosia e odio. Non sei altro che il suo gioco. E non sai resistergli. Non passione, ma pena d’amore. Non Orchidea, ma Calendula. Adesso va”.

Riaccese le luci, svanì la magia. Restò solo un vaso pieno d’acqua.

Orchidee e Calendule, eran partite con lei.

Di tanto in tanto.


C’erano tanti modi per dirle ti amo, ma quello che funzionava meglio era quello che non s’aspettava: mi sfuggiva di bocca ogni volta che era indaffarata nelle sue cose, perché mi stupivo per l’impegno che ci metteva.
Passione.
Stupore.
Come non amare una che faceva gli occhi piccoli quando stringeva un fiocco e mi diceva "metti un dito qui!"; come non amarla mentre infilava bastoncini su palloni colorati e ribelli; come non amarla infine, quando s’intestardiva con i suoi famosi consigli sul tipo di addobbo da applicare ad una torta?! La amavo per la passione dei particolari, per le piccole cose che erano sempre importanti, per l’assenza alla quale ero abituato in quei momenti, quando inutilmente la cercavo. E di nascosto la guardavo, sorridendo per ogni sciocca espressione di compiacimento, per un applauso che si era guadagnata quando la festa era finita, per aver regalato alla memoria, un ricordo bello da raccontare.

La amavo perché con lei riuscivo a festeggiare anche nei giorni normali, perché più passava il tempo e più la sua passione per le piccole cose, non faceva altro che rende importante il nostro stare insieme, le ore, i minuti, i secondi trascorsi a volerci felici. Non era solo questione di ricordo, né di addobbi: era un costruirsi un passato come faro, come lampada che dalle spalle tiene acceso il domani, senza luce ad intermittenza, senza cali di tensione, senza black out che proiettino ombre di paure. Era solo costruirsi un tempo migliore, giorno per giorno, con cura dei particolari, inciampando di tanto in tanto, tra i miei inaspettati ti amo come a raccogliere i frutti o piantarne ancora dei nuovi.

Ci vuole il sangue


La vita è appesa ad un taglio: recidete paure, congetture, pensieri che soffocano l’anima. Quando siete pronti, afferrate il bisturi e incidete, lasciate un segno perché tanto non sarà quello a farvi male, quanto l’apatia per non aver fatto nulla per salvarvi. Ci vuole passione, ci vuole il sangue.

Oltre la voliera del dovere.


cuore 2

Le scrivo una parola sull’orecchio da leggere ché tanto non ci sente, che almeno resti incastrata nei capelli: da anni giochiamo a nascondino come clandestini, a tirarci burle e a far finta di niente, a far vedere che tutto sia normale, che tutto sia giusto. Giochiamo da lontano, lei troppo in alto e io sempre nel basso, a mostrare quello che si può, a nascondere quello che non si deve, perché il dovere a volte è come il volo di uccelli che sbattono ali nei sottopassi: vedere un cielo così scuro li spaventa e lei, Signora che sta a guardare ancora lì in alto, aspetta che un vento di schiume e tempeste la trascini via dal tunnel, che da sola non ne è capace.

Si scosti i capelli, Signora, e ascolti quelle parole scritte sull’orecchio, legga il prurito che il segno traccia e non nasconda la comprensione tra ciuffi cotonati da prima serata.

L’amore in gabbia, stretto nelle voliere del sano costume e del dovere ottuso, stipato nei paradigmi del buon senso, del "è giusto così", si aggrappa alle pareti per assaggiare il limite, un confine da odiare. L’amore non può odiare, questo lo capisce da sola, perciò non può far altro che aspettare.

Sono qui ad aspettare che lei, Signora, chieda qualcosa.

Chieda pure di me, signora. Chieda della mia carne, della saggezza dei miei errori, del moto dei miei giorni. Non avrà nulla di più che una      qualsiasi storia abbia scritto. I super eroi divorano incuriositi i bisogni della gente che ancora crede che esista il potere, e noi, al di qua della soglia di sopportazione, accettiamo di banchettare con loro, nonostante il prezzo di un piatto si paghi con l’insofferenza della carne nostra.

Chieda pure di giorni migliori per sua Figlia; chieda il meglio per lei; chieda il meglio oltre me.

Io vengo a chiederle le gambe. Voglio le gambe di sua Figlia, per farne un viaggio; voglio i suoi piedi perché calpestino la stessa terra sulla quale cammino; voglio che le impronte diventino un quadro, una traccia, un segno.

Signora, lontano si può andare e non serve camminare ovunque per chiedere il meglio: le terre da vivere sono stracci del cuore, ma nascoste. Chieda al cuore, e si allontani dai capelli. Chieda a sua Figlia, chieda cosa vuole. Si allontani dalla testa. Lasci la ragione, le idee, le ipotesi e le congetture. Lasci se stessa, Signora Ragione, che i capelli la fanno solo bella, ma non intelligente. Sua Figlia Passione non chiede altro che gambe libere.

Io, dal basso dei miei Piedi, sorreggo entrambe, Ragione e Passione, per portarvi lontano, oltre questa voliera del dovere.