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Un abito nuovo per Hektor


Credo che l’animo di un personaggio come Hektor abbia solo iniziato a mostrarsi, perché vive di umanità, di sentimenti primordiali e non crede che tutto possa chiudersi in una favola a lieto fine. Vuol raccontare dell’amore, del significato delle parole che spesso pronunciamo senza un contenuto che esprima davvero qualcosa. Hektor vuol scendere nel profondo e sradicare la corteccia, come sempre vuol conoscere la verità.”

Anteprima di “Metà carne, Metà ricordo” II edizione in promo

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Prugne e chiacchiere


La piazza del paese era cosparsa a macchie da evangelizzatori in cerca di adepti: giovani laureati promotori di una nuova politica, faziosi dottori in legge che blateravano, citando ora questo ora quell’altro comma della Costituzione, inetti contadini che si domandavano semmai una nuova democrazia avrebbe rinforzato il potere d’acquisto delle olive appena colte. Attorno alle due fontane adiacenti il Municipio, la domenica mattina si radunavano branchi di signorotti, richiamando l’attenzione dei fedeli appena comunicati che come gregge pascolava brucando ancora qualche parola dell’omelia. «Ormai è tempo che decidiate da che parte stare. È ora che diate ascolto a chi lavora onestamente per la democrazia!» – diceva il capo partito del PCI Alfonso Taddei, distribuendo ciclostilati a chiunque incrociasse il suo sguardo.

 

«Nonna, cosa è successo in piazza? Perché quel signore ti urlava in faccia?».

«Chiacchieroni, Hektor. Chiacchieroni!».

«Che significa, nonna?».

La donna incline alla pazienza, sorrise e riprese.

«Quando nonno Franco si lamenta dell’ultima fila di prugne, hai presente?».

«Sì, dice che prima o poi l’abbatterà».

«Chiacchiere. Ogni anno l’ultima fila caccia prugne da vendere. Ogni anno è la stessa storia. Chiacchiere. La verità è che al nonno Franco quelle prugne non sono mai piaciute. Non si guadagna molto, così dice che non sono buone. Hai capito ora, Hektor?» – e profuse tranquillità ancora, mentre rimpinzava il vecchio pentolino con i frammenti di cera.

«Sì, nonna. Dice così perché non piacciono a lui. Anche a quel signore non piacciono le sue prugne?».

«No. A quel signore non piacciono le prugne di tutti noi. Di noi altri che le cogliamo».

«Mica sono sue!» – replicò indispettito Hektor.

«Appunto. Quindi, è un chiacchierone!».

«Che grandissimo chiacchierone, nonna! Domenica prossima gli dirò che le nostre prugne sono buone e non si toccano!».

Nonna Marta fulminò Hektor con lo sguardo.

«Negli affari dei grandi non ti devi intromettere! Chiaro Hektor?».

Il piccolo ribelle abbassò il capo, come scosso da tremito improvviso.

«Chiaro … chiaro, nonna» – e fece per andar via.

Lo sguardo materno della donna lo inseguì, gli mostrò il colore dell’affetto e lo riportò accanto a sé.

«Nonna adesso t’insegna una cosa bella!».

Era il 1975 e quella per Hektor, era una novità.

(Metà carne, metà ricordo)

Qui piovono recensioni!


“Se tutti vogliono il meglio, io voglio il peggio”, questa la frase cardine della storia. Una trama insolita per un racconto duro e all’apparenza di non facile lettura, ma che nel dipanarsi della storia rivela personaggi (anime) che vivono la loro fragilità tra il desiderio dell’amore e la paura dell’abbandono. Unico e …incontrastato regista Hektor, l’artista di candele; un borderline allevato dai nonni, che nella sua bottega, a volte tetra a volte luminosa, tenta di esorcizzare la sua malattia (o bianco o nero), inseguendo un ricordo (il passato) e mettendo a nudo le paure (il buio) dei suoi clienti (la carne). Un romanzo particolare e forse unico nel suo genere, che oltre ai tanti angoli bui della vita di tutti i personaggi ed in particolar modo di Hektor, riesce anche a regalare al lettore la sorpresa di un inatteso e imprevedibile colpo di scena.”

(fonte:https://www.facebook.com/pages/OrlandoFuriosoCOM/159404196058?fref=ts)

Ancora una recensione “Metà carne, metà ricordo”.


Un libro che sembra porre anche te su quel confine tra realtà e coscienza che non ti appartiene. Una narrazione suddivisa in schemi precisi: presentazione dei personaggi – narrazione- verità.
Che poi, a parte i natali del protagonista, quanto di vero realmente ci sia alla fine ,diventa paradossalmente impossibile da definire, come in una eterna lettura… del diario del buon vecchio Zeno.
Un libro fatto di scansioni di vita dunque, e di "profumi" anche, in tutti i sensi; i personaggi hanno odori precisi, "essenze", per la precisione. Quelle che Hector utilizza nella realizzazione con la cera delle sue candele.
Inoltre i personaggi "vivono" di odori. Ognuno di loro ha caratteristiche che riportano al senso dell’olfatto: il fioraio con le sue piante, Pierrot con i maglioni dei suoi bambini, e gli stessi bambini nel loro rapporto con le candele. E tutti hanno ricordi presenti nelle loro vite come odori forti e indelebili.
L’olfatto alla base di tutto. L’olfatto, quello tra i cinque sensi più sviluppato nell’età infantile. L’età in cui conosciamo il vero Hector, l’età che caratterizza e insegue i personaggi come un’ombra, quasi per tutti alla base del loro "buio", Sara compresa.
La questione della "morte" di Hector mi ha sconvolto molto. Non tanto per la scelta di colpire con un tale elemento, ma per il piccolo trauma che causa al lettore nel porla agli inizi del libro senza dargli il tempo di aver davvero appreso e metabolizzato il concetto dei Vuoti di ognuno dei personaggi e della Luce e del Buio.
Ho continuato a pensare a Calvino, tutto il tempo. Non credo sia stato solo lo stile del racconto. Credo che quella morte così scioccante all’inizio del libro abbia voluto trovare, dentro di me, la spiegazione tra parole che già conoscevo prima ancora che nel finale. Solo adesso, ritrovando quasi per caso lo stralcio a cui al livello inconscio riportavo la mia mente, capisco cosa ho sentito.
Lo condivido con voi, sperando che aiuti chi stia leggendo questo libro come ha aiutato me, e sperando che si senta la stessa sensazione di familiarità nel sentirsi smarriti e appagati nello stesso tempo.
"L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà. Se ce n’è uno,è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni,che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne; il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione ed apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno; e farlo durare, e dargli spazio."
Italo Calvino , Le città invisibili
eppure, "profuma" delle parole di Hector giunto alla fine del libro. "profuma" della sua crescita . "profuma" delle sue candele e del suo rapporto con le sventure (ma soprattutto gli sventurati) della sua vita.

(Giovanna Delvino)

Dov’è la sua Luce?.


«Quantità?».

«Cinque mila pezzi».

«Tre giorni».

«Colori differenti».

Sorrise l’uomo della penombra.

«Si prende gioco di me?».

«Mi avevano riferito male. Lei non è la persona che cerco».

«Può darsi sì, può darsi no. Lei piuttosto, è il cliente di cui ho bisogno? Questo, di certo, non se l’è chiesto. Si accomodi, prego».

Non vi erano sedie nella taverna, e l’imbarazzo dell’invito pareva una provocazione. Scostò uno dei cartoni e ci soffiò sopra per disperdere la polvere.

Sedette.

«Non amo molto l’aria. Per questo sono di poche parole. L’aria spegne parole sincere, inabissa le mie creature».

Stavolta sorrise RigorMortis.

«Cinque mila pezzi, dice. Davvero un bel compleanno. Dalle sue mani spoglie d’anelli, ha un passato da celare. Dubito che se lo sia creato. Dubito anche della sua età: troppo giovane per cinque mila pezzi».

«Crede di sapere ogni cosa. E si sbaglia. Ho una moglie, due figlie, un labrador e una governante che cura le faccende domestiche».

«Non gradisco le domande. Preferisco colpire il buio, per squarciare la luce. Mi dica: questa è la sua verità? Questa è la sua Luce? Dov’è, dunque, il suo Buio?».

«Niente Buio. Ogni cosa splende».

«Peccato che lei viva di solitudine. Da quanto tempo? Sei mesi, un anno? O forse due? L’incuria delle sue scarpe, dice tanto … piuttosto pretende attenzioni, per così dire. Che fine ha fatto la governante? Come mai i pantaloni scuri non s’intonano con la sua bella giacca marrone? Chi le stira gli abiti? Potrei andare avanti, egregio signore, ma è da troppo tempo che la parola “governate” è fuori moda, per tanto, mi limiterò a chiederle ancora una volta … dov’è il suo Buio?!».

«Non è ciò che illumina che la manda in escandescenza, vero? È il tanfo umido del nero, la sua cornice, il limite che la sua ombra genera. Adesso le faccio io una domanda, artista … dov’è la sua Luce?!».

(Metà carne, metà ricordo)

Il tempo delle novità.


L’anno in cui Hektor fabbricò la sua prima candela, dicevano che sarebbe avvenuto qualcosa di importante. Ne parlavano in radio, sui giornali, nelle piazze, persino a casa dei nonni. A quei tempi, Roma era invasa da cortei, studenti militanti, gruppi estremisti appena sorti, politici ingabbiati in doppiopetto luccicanti e rivoluzionari confezionati in lupetto e giacche di velluto. Nel novembre del ’74 in Grecia si scelse la Nuova Democrazia di Karamanlis, e come un’eco si propagò nei paesi del mediterraneo il dolce suono di libertà. La dittatura militare greca divenne l’emblema del nemico da esorcizzare, soprattutto tra gli studenti che si elessero a compatrioti ellenici e spartiacque tra le gerarchie istituzionali di chi propinava politica a discapito degli inetti.

Venne l’estate del ’75, c’era chi cantava Sabato pomeriggio e chi tra le polemiche di L’importante è finire, s’innamorava di un cielo sempre più di blu di Rino. Era l’anno dei Sex Pistols e degli Iron Maden, continuava il processo per la strage di Piazza Fontana, mentre Renato Curcio veniva fatto evadere dal carcere. L’ondata di novità era appena iniziata, e forse sbagliava chi sosteneva che ben presto le cose sarebbero cambiate, perché in realtà, stavano già cambiando.

Nel pace della cucina, Hektor osservava nonna Marta estrarre stoppini da vecchie candele. Sminuzzava mozziconi di cera, recidendo con forza nel cuore di quei relitti e separando con cura le scaglie di cera bianca da quelle di alcune candele rosse del precedente Natale.

Ticchettii costanti ritmavano un’attesa mai troppo lunga, nonostante la parsimonia dell’anziana relegasse Hektor in uno spazio silenzioso e distante.

Il pensiero correva ancora alle voci di piazza, ai volantini del Taddei e alla risolutezza della nonna. Non comprendeva come, in quello stato di agitazione e novità, riuscisse a dedicarsi a delle stupide candele con una dedizione tale da sembrare l’unica possibile attività in quel caotico rumoreggiare di volti sguainati pronti all’attacco.

«Nonna, cosa è successo in piazza? Perché quel signore ti urlava in faccia?».

«Chiacchieroni, Hektor. Chiacchieroni!».

«Che significa, nonna?».

La donna incline alla pazienza, sorrise e riprese.

«Quando nonno Franco si lamenta dell’ultima fila di prugne, hai presente?».

«Sì, dice che prima o poi l’abbatterà».

«Chiacchiere. Ogni anno l’ultima fila caccia prugne da vendere. Ogni anno è la stessa storia. Chiacchiere. La verità è che al nonno Franco quelle prugne non sono mai piaciute. Non si guadagna molto, così dice che non sono buone. Hai capito ora, Hektor?» – e profuse tranquillità ancora, mentre rimpinzava il vecchio pentolino con i frammenti di cera.

«Sì, nonna. Dice così perché non piacciono a lui. Anche a quel signore non piacciono le sue prugne?».

«No. A quel signore non piacciono le prugne di tutti noi. Di noi altri che le cogliamo».

«Mica sono sue!» – replicò indispettito Hektor.

«Appunto. Quindi, è un chiacchierone!».

«Che grandissimo chiacchierone, nonna! Domenica prossima gli dirò che le nostre prugne sono buone e non si toccano!».

Nonna Marta fulminò Hektor con lo sguardo.

«Negli affari dei grandi non ti devi intromettere! Chiaro Hektor?».

Il piccolo ribelle abbassò il capo, come scosso da tremito improvviso.

«Chiaro … chiaro, nonna» – e fece per andar via.

Lo sguardo materno della donna lo inseguì, gli mostrò il colore dell’affetto e lo riportò accanto a sé.

«Nonna adesso t’insegna una cosa bella!».

Era il 1975 e quella per Hektor, era una novità.

Al calore del fornello crebbe il desiderio. Bramò la conoscenza, l’incorruttibile confine dei segreti, svelare il volto fin troppo ignoto d’identità oscure. Avrebbe voluto che nonna Marta lo rapisse e lo conducesse in luoghi sconosciuti, illustrandone la bellezza e il fascino, così come accade per ogni prima volta.

Annusava in punta di piedi lo strano odore che saliva dal pentolino, mentre donna Marta lo accarezzava e porgeva tra le sue esili mani, la paletta in legno.

«Coraggio, mescola, Hektor!».

Il giovane allievo si sentì uno stregone, alle prese con la sua prima pozione magica. Somministrava attenzione e curiosità, filtrando ogni gesto attraverso le occhiate premurose di nonna Marta.

(Metà carne, metà ricordo)

Cammino e basta. O mi nascondo.


 

“E’ una serata perfetta, non trovi?”
Il PiegaPiaghe non ci cascò.
”Ogni serata è perfetta. Puoi sciuparla anche con un piatto sporco” rispose.
”O con un piatto singolo”.
”Tu invece, come riesci a salvarla?” replicò il PiegaPiaghe.
”La sera è del cuore, il giorno della testa. Quando confondi le acque e inverti il paradigma, sei un cadavere ambulante”
”Il giorno e la sera sono fatti per i piedi. Io cammino e basta. O mi nascondo. Purché nessuno sfiori la mia testa di giorno e minacci il cuore di notte”.

(“Metà carne, metà ricordo”)