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Loretta del “15” sempre al nord


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La vita qui in paese gira come in un documentario. Gli abitanti seguono un copione nel quale non è tanto il ruolo il fattore determinante, quanto la posizione. C’è Loretta, per esempio, che trascorre la giornata sulla rampa di casa sua, lucidando maioliche acquistate in diversi pellegrinaggi. A dire il vero, la fantasia non è proprio il suo miglior pregio, dal momento che l’intera facciata è tappezzata dallo stesso numero civico variopinto e lavorato da diversi maestri della ceramica: dovreste vederla con quanta passione strofina quel numero quindici – che è il civico in questione – ondeggiando col suo bacino largo per tutta la scalinata. Ora che la osservo meglio, ne ha piazzati quattro anche sulla cornice superiore dell’ingresso. Ad occhio e croce, ne conto ventisette e per spezzare la monotonia del paesaggio, ci ha messo pure delle ceramiche che rappresentano il sole e la luna. In basso campeggia un’ultima maiolica con la scritta “Salve”. E dire che Loretta non avrebbe più l’età per spostarsi tanto, ha settant’anni passati e a mio parere dovrebbe smetterla di andarsene in giro per santuari, giacché non credo che in tutta l’Italia ci siano così tanti luoghi di pellegrinaggio degni di un viaggio noioso e di un ennesimo numero quindici da acquistare. L’arte di Loretta, il suo posto, vive su quelle scale: la potreste beccare a lucidare maioliche a qualsiasi ora della giornata, e secondo me, lei ci ‘vive’ anche per vigilare che nessuno, fosse anche per scherzo, gliene faccia sparire qualcuna.

Loretta ci ha la passione del numero “quindici” si direbbe, eppure una storia alle spalle ce l’ha avuta. Affari di cuore, dicono, perché anche lei, una volta, è stata innamorata. Uno di passaggio, un certo Emanuele del nord. Dicono che ci aveva i parenti da queste parti e ogni estate scendeva giù per passare le vacanze nel brindisino. Dopo un po’ di anni Emanuele del nord si dimenticò dei parenti e del sud, lasciando Loretta sulle scale di casa ad attendere invano il suo ritorno. Forse la storia dei pellegrinaggi è una scusa per andare al nord e vedere se le è capace di ritrovare Emanuele; forse la storia di Loretta sulle scale è solo la verità per vedere quanta gente ancora ride di lei.

Ecco, Loretta per quanto stabile, non ha ancora trovato pace, non sa di preciso dove stare, se al nord o sulle scale di casa sua, nonostante gli oltre settant’anni suonati cantino una nenia che racconta nostalgia. Eppure avrebbe potuto innamorarsi di un turista qualsiasi: ne scendono sempre tanti da queste parti. Loretta invece aveva scelto Emanuele del nord, nonostante non si fossero mai scambiati una sola parola.

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L’amore senza suole


Scarpette bianche più grandi di te, due lingue a strappo che stringono il collo per lasciarlo strozzare, i passi veloci per non lasciarli andare;  
insegui le ombre perché non vedi il sole, non te l’hanno mostrato, non ti hanno incantato: ascolti solo quel sibilo che inghiotte rumori, come se il vento masticasse stupore.
Hai tutt’intorno profumo di caramelle, così distratta ragioni a colori che nessuno tra i grandi sa davvero fermarti .
Scarpette bianche più grandi di te, inciampi nel tuo nome che ancora non vedi sulle labbra bagnate di chi insegui lontano 
e l’affanno ti gonfia il viso, il sorriso, più grandi di te.
Scarpette macchiate più grandi di te, cosa è successo?
Non è più bianco il desiderio che hai?
L’inverno ti sporca di freddo e tu, scarpette bianche non ne indosserai più.
A piedi nudi e della giusta misura ti vedrai crescere, conoscerai il terreno da calpestare, picchiare, imbrattare con le tue impronte,
perché di pungerti non ne avrai più voglia.
Bambina a piedi scalzi sarai già donna 
e in quelle scarpette bianche più grandi di te,
avrai lasciato il sudore e i passi grandi
che di quelli non se ne fanno mai,
piuttosto seduta saprai farti bella
in attesa di chi saprà chiamarti sempre con meraviglia.

Quasi te.


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Ed era sempre quasi te che cercavo quando non mi distraevo volutamente per correre in soccorso di me;
ero sempre nelle tue vicinanze quando rallentavo e sceglievo la strada lontana che serpeggiava intorno ai miei interrogativi;
collezionavo sempre un po’ delle tue scuse e delle tue pause quando mi tradivo sfidando le orgogliose paure.

Si fa presto a pensare amore,
a immaginarlo con le forme perfette e profumate.
Tanto rapido è il ti amo
che si svincola tra il petto e lo stomaco
risalendo e affondando tenace sulla lingua morbida e decisa
a cui le labbra non sanno resistergli.

E’ più dura sostenere te
saperti di umana debolezza, di voluttà mai sazia,
di gambe veloci.
E’ più intenso e faticoso provarti dentro, sui miei limiti, sui tuoi, perché è di istanti che ti vivo, non di eternità.
Racimolo momenti per disegnare e dar vita ad un solo battito, una sola emozione ché quella sola conta. Non viviamo di amore continuo, ma continuamente amiamo viverci di momenti come se il tempo non fosse quel cieco macinatore di bellezze sorpassate.
E’ dei “quasi” che voglio cibarmi, dell’istante prima, su quella sottile cornice che si affaccia nell’incavo del nostro tempo insieme, dove scivolare e lasciarci abbracciare dalle forme stesse che amore e paura creano.
Affondiamo così distratti dunque, ignari di quel che l’incavo ci concederà, perché prenderà poi la forma dei baci non chiesti, dei sorrisi improvvisi, del silenzi rispettosi, dei pensieri sospesi e delle cure minute che faranno comodo il nostro spazio. E’ sempre accanto a te il mio tempo migliore ché l’adesso è solo un passo dopo il quasi e lo vivo anche ora che aspetto il tuo rientro, come fosse una nuova cornice sul quel bordo d’incavo nel quale scivolare lentamente insieme.

Discorso senza contorno


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Che te ne fai di un contenuto se non ne conosci il significato?”.
Abbandonai la penna sul tavolo e lasciai dello spazio non solo su quelle pagine, ma tra me e Ilena, che era stata tanto premurosa da imputtanarmi la giornata con una delle sue domande-suicidio.
Non lo sapevo affatto cosa mi avesse portato da lei, non me l’ero mai chiesto, perché le cose erano successe e amen, ma tutto questo a lei non bastava, quasi fosse necessario metterci una targhetta sopra la nostra storia per catalogare quella nostra unione così tanto spregiudicata.
Pensavo ai giorni precedenti il nostro incontro; ripensavo al nostro primo appuntamento; ripassavo la sfilza di messaggi dei primi giorni, centellinando ogni pausa, ogni frammento di pensiero e vibrazione, perché anche senza faccine riuscivamo ad esprimere del sentimento con delle semplici e banali lettere; ascoltavo i discorsi nella testa, quelli che avevo registrato e messo da parte nell’archivio fondamentale; scorrevo le immagini dei nostri incontri, dei primi contatti…
Il primo bacio tra noi.
La mano scivolò accanto alla penna: era una mano pesante e carica, incazzata e presuntuosa.

‘Il significato che spesso diamo all’amore non contiene mai un sentimento, ma un’impronta del desiderio stesso, venuta male. Una congettura, per dirla in breve.
Eternità? L’amore non è eterno;
Sincerità? L’amore non trascura bugie;
Paura? L’amore sa anche farsi coraggio;
Sfrontatezza? L’amore non cerca gloria;
Grandezza? L’amore non è immenso;
Quante altre definizioni dovrei aggiungere per dimostrare che ci innamoriamo delle definizioni?
Potrei affermare che l’amore ha solo fame. Da ingoiare. Da imboccare.
Perché allora non ci si sazia mai?
Quel che davvero sento, è che l’amore è il riflesso delle debolezze, il meccanismo che tenta di svelare il trucco, che sceglie noi per afferrare le criticità del nostro sistema e piantarci una bella bandiera sopra. Ecco, se c’è una parola che spiega l’amore è questa: nudità.
L’amore è nudo. Niente altro può regalarci l’amore se non la pelle con quale riusciamo a provare vergogna.
Ci vuole coraggio per provare vergogna, per sentire l’umano insabbiarsi sotto la pelle e attraversarci il petto. Ci vuole coraggio per divellere il sistema di auto difesa, perché amare è sempre un rischio. Non ci si mostra a tutti, solo a chi si ama. Non credo ai profeti del sentimento, credo ai muti che non ti raccontano l’amore; credo ai sordi che non si lasciano incantare dalle promesse e tanto più credo ai ciechi che non si lasciano abbagliare dalle belle forme. Credo a coloro i quali manca qualcosa, perché avranno sempre qualcosa in cui credere, qualcuno da cercare, un luogo in cui ritornare senza troppo pianificare perché il cuore non ha contorno, direzioni. Chi ama davvero, in qualche modo ci ritorna sempre ad amare, sino a piantarci una lapide perché è l’unico posto nel quale davvero vuol restare. Chi ci racconta l’amore, in realtà lo biasima utilizzando contorni e bella grafia su righe che prima o poi si scontreranno, annodando la storia e strozzandola con i ricordi.
Se sei arrivata fin qui, non ti resta che una cosa da fare: chiudi gli occhi e pensami. Riesci a definire il sentimento che avverti annusando il mio profumo pensato? La mia pelle, le mie mani, le mie labbra? Quanti centimetri occupano nel tuo pensiero?! E dunque, strappa questa lettera, che l’unica cosa che ci resterà, saremo solo noi”.

Due battiti.


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Nuk dice che non ami davvero finché non ti senti in pericolo, e in qualche modo credo lui intenda salvezza. 
Nuk ama salvarsi e lo fa senza troppo rumore. A differenza di altri, Nuk vive di paura perché sostiene che le certezze siano soltanto gabbie in cui mostrare promesse. Promesse morte come imbalsamate. 
“…le onori a distanza e comunque sempre in un luogo lontano da ciò che ti appartiene davvero, come salme alle quali portare dei fiori nel tuo giorno libero; se ne ha bisogno per ricordare a se stessi di essere sinceri, ammettendo che tutto sommato il tempo ha poi cambiato le cose. In definitiva così, ci si illude di salvarsi, ma solo nel giorno libero.
Quel che dice riguardo l’amore lo apostrofa sempre con il condizionale, qualcosa che non è successo, una situazione ancora in sospeso, un tempo del tutto imprecisato, perché quando poi non ne parla, Nuk è sempre nel tempo presente, in silenzio.
Nuk in amore si perde sempre. Questa è l’unica certezza di Nuk.
E poi Nuk è di quelli che nel tempo presente dimentica sempre il soggetto: ripete il verbo all’infinito.
Voglio”, “Desideriamo”, “Prometto”, “Rimaniamo”, “Supero”, “Decidiamo”, “Cerco”, “Stringiamo”.
Dice che la coniugazione perfetta respira di vibrazioni silenziose e potenti che ti rivoltano la vita in pochi istanti, come un battito veloce, e non si può sprecar tempo prezioso nel recitare soggetti, ché intanto poi il battito vola via.
Nuk vive di battiti e quando ne perde qualcuno, avverte il pericolo, una specie rumore in cui la confusione stabilisce certezze in gabbia.
Ci si salva  con dei battiti, anche due soli:  di cuore e di ciglia. Una frazione di secondo di noi, mentre tutto il resto del mondo sta lì fuori ad aspettare che accada qualcosa. E intanto è già accaduto tutto, lì in mezzo a noi, nel silenzio di due sole vibrazioni rapite e tenute strette”.
Nuk non annovera tra i battiti quello d’ali, perché ritiene scontato che due ali sane, preferiscano vivere lontano da una gabbia.

Nuova, storia a priori.


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“Anche se fossi solo un pensiero, riuscirei a sentirti a tal punto da non poterti solo immaginare, ché tanto mi riempi gli indumenti del tuo profumo pensato. Saperti così non ti rende estranea a queste carni, non un’ipotesi, ma solo una dolce attesa.
Mi piace sentirti nella testa, incontrarti lontano dalle distrazioni, ché tanto il posto migliore ce lo siamo scelto nelle pause, nella distanza, nell’impercettibilità della forma: siamo quel che ci viene meglio, anime in contatto senza perimetro, senza colori, senza disturbi umani evidenti. Poche smorfie, sorrisi sillabati e scanditi a ricoprire il passaggio di una sola, desiderata risposta. E nell’intercalare delle ore il pensiero, quel leggero vento che soffia costante, mi riporta a te, poi si allontana, infine ci sorprende e ci riaccompagna vicini e nudi.
Non si procede col pensiero, non si avanza, si incardina l’incontro, senza fissare minuti, senza cedere alle promesse. Vorrei saperti a custodire il tuo punto, quel minimo spazio che riservi per me, perché lì io verrò accompagnato dal mio leggere vento costante.
Anche se restassi solo un pensiero, riuscirei a non impazzire lontano da te, perché la nostra storia a priori, ripiega nel tempo e da essa si solleva, ogni giorno, facendo nuove le cose che altrove cadrebbero nel consueto riepilogo di parole d’amore.
Sei sempre qui, accanto a me e forse anche per questo, non resterai sempre e solo un pensiero improbabile”

La/scia.


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E solo per ora, non chiamarlo amore, così fa meno male. Quando un giorno sarà lontano e tu distratta, come una scia, stallo a guardare: ripensaci e sorridi, ripetendo una canzone nuova che avrai appena imparato. Ecco il segreto. Impara cose nuove, alleggerisci il bagaglio perché gli abiti di un tempo ormai ti sono stretti, tu diversa. Diversi colori, diverso il taglio. Un gusto diverso. Infilati la vita addosso,  perché quella sarà per te, pronta per essere sgualcita con nuovi abbracci, inzuppata di un nuovo sudore, puntellata da serie fragranze che ancora non immagini possano starti bene. E così finalmente andrai, ricordando una scia, un amore se ti va, senza paura di pronunciare il suo nome.