L’amore è la distanza di dieci giorni


Rientravo a casa dopo una giornata di lavoro come tante. Ascoltavo il Liga che proponeva un ritornello a me caro su una pista che raccontava di vita insieme e di ciò che conta giorni per fregar la morte, quando all’improvviso rallentai, dolcemente, senza opporre una seppur minima resistenza. Infine mi fermai.

L’amore, di preciso, cos’è?

“Un sentimento” – pensai .

“Non solo. Anche l’odio è un sentimento. Non significa nulla, troppo vago”.

Cercai così un esempio che potesse farmi toccare con mano, una sostanza chiusa in una parola così piccola e dispersiva. Fu in quel momento che mi vennero in soccorso due figure per nulla piccole e dispersive.

I miei nonni.

Pensai a quanto tempo avevano vissuto insieme e soprattutto come erano riusciti a creare quel tipo di  legame al punto da non poterli immaginare distanti nemmeno per un attimo. Come ci erano riusciti? Con amore senz’altro, ma anche con urla, brontolii, musi lunghi e dispetti infantili. Il rapporto dei miei nonni si reggeva in equilibrio su mattonelle sconnesse e porte che cigolavano: una vita da  vivere insieme nonostante rumori e piccole increspature. I problemi erano solo il condimento per assaggiare la vita in tutte le sue forme. Tanto per intenderci, mio nonno era un uomo d’altri tempi, docile con gli altri, severo con la moglie. Mia nonna, al contrario, era docile e furba allo stesso tempo, forse un po’ pettegola, al punto che col tempo non ci badavi nemmeno più. Erano fatti l’uno per l’altro per il semplice motivo che le imperfezioni di uno si incastravano con le mancanze dell’altra.

Di preciso non so quanti anni abbiano passato insieme, ma so con certezza e ricordo con estrema ammirazione, quanto tempo sono stati distanti, da quando tutto è cominciato.

Dieci giorni.

Entrambi con l’età, avevan assorbito la malattia, come quinto arto di un corpo che si deteriorava. Mio nonno, vittima del fumo, viveva in un letto, ‘legato’ al respiratore; mia nonna, inconsapevolmente aveva abbandonato le volontà e il cervello alla malattia senile. L’uno nel corpo, l’altra nella testa, giacevano come corpi in attesa di chiamata.

Nonostante la malattia, mia nonna era vigorosa.

Nonostante la malattia, mio nonno ricordava con precisione in quale cassetto fossero collocate le maglie intime per nonna, e quante ancora ve ne fossero.

Nella malattia si compensavano, nella malattia distribuivano dispiaceri e gioie, sorrisi e pianti a noi che eravamo spettatori quasi impassibili.

La malattia fu solo capace di separarli dal talamo nunziale: non potevano star più assieme.

Mia nonna parlava di continuo, blaterava;  a mio nonno occorreva riposo. Eppure, compagni di stanze limitrofe, si scambiavano preoccupazioni e sguardi. Ciascuno a suo modo.

Erano i mondiali. Quelli vinti dall’Italia.

Mentre le macchine strombazzavano per le vie del paese, nonna ci lasciò.

Eravamo pronti per quel momento, sapevamo che sarebbe successo.

La più forte, andò via in silenzio, senza blaterare più nulla.

La nazionale italiana si godeva la coppa e il nonno ci lasciò.

Si lasciò, meglio.

Dopo solo dieci giorni, si spense nel silenzio e al silenzio di una casa che non accoglieva sulle mura i continui lamenti di nonna.

Il più debole nel corpo, aspettò la più forte. E senza far rumore, senza inveire come magari avrebbe fatto una volta.

Penso che nonno sia stato accanto alla sua donna, nell’unico  modo in cui un uomo possa concepire l’amore. Nella salute e nella malattia. Malati, al tempo stesso. Sapeva che fra i due, il compito di vigilare spettava a lui. E fece così. Son certo che avrebbe potuto scegliere di andar via in qualsiasi momento, era il più debole, non gliene avremmo fatto una colpa, né ci saremmo meravigliati altrimenti. Ma aspettò la donna con la quale aveva deciso di vivere. E morire. Morire con lei, aspettarla e ricongiungersi dopo breve.

Questo credo rappresenti l’amore. Un’attesa. Un silenzio. Un distacco mai pensato. Vivere comunque e accettare un dolore, una malattia. Il rimedio si trova sempre: anche dormire in camere separate, ma comunque vicine. Non arrendersi.

E sentire il vuoto di un’assenza.

Con questo ricordo, ripartii, consapevole in cuor mio dell’unico modo per fregar la morte.

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