“L’uomo senza specchio e cravatta” prossimamente in ebook


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“Ad un passo da me” (Albatros, 2010)


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Quante volte ci siamo sentiti ripetere la frase: “Prima conosci te stesso, poi inizierai a conoscere gli altri”. In realtà anche se siamo i nostri migliori amici, i nostri confidenti e siamo sempre in compagnia di noi stessi, spesso ci ritroviamo a riflettere sul perchè delle nostre decisioni e delle nostre scelte. Berto è un ragazzo come tanti, vive da solo nella sua condizione di single incallito e fatica a vivere la propria vita, si ritrova continuamente ad osservare gli altri e pensare col loro cervello, ad immaginare situazioni e pensieri, e condividere con loro frammenti di esistenza. Ma sarà un evento drammatico a cambiarlo: a seguito di una brutta caduta, si ritroverà improvvisamente su una sedia a rotelle. La vita sembra essere finita quel giorno, in quel luogo, in quell’istante. Ma in realtà sarà proprio allora che il ragazzo comincerà un percorso che lo porterà a scoprire la sua vera natura, il vero Berto, quella persona che avrebbe sempre voluto essere e non è mai riuscito a conquistare. Le pagine di questo romanzo, travestito da diario, scorrono fluide, attraverso un linguaggio di percezione, intuizione e spesso divertente, al fine di rendere il messaggio quanto più diretto e di facile acchito. Un percorso introspettivo alla ricerca del sé che Tommaso Occhiogrosso riesce a comunicare in maniera originale e coinvolgente, realistica e stimolante, trattando un argomento difficile da affrontare ma importante da testimoniare.

RECENSIONI

Tommaso Occhiogrosso in “ad un passo da me” racconta quella parte di vita che non tutti hanno il coraggio di descrivere..di raccontare. Racconta di quei periodi in cui ci si sente persi, vuoti, apatici. Dove si rimane alla finestra ad osservare la vita degli altri. Non tutti hanno la voglia e la capacità di mettersi a nudo, davanti ai lettori e farsi vedere per quello che si è..con pregi e difetti e con quelle fragilità che tutti prima o poi scopriamo di avere. Tommaso l’ha fatto.In questo libro Berto è un ragazzo deluso dalla vita, deluso da qualcosa di grande in cui lui credeva. La sofferenza lo ha chiuso a riccio. Non da a nessuno la possibilità di entrare veramente nel suo mondo. Ha paura di soffrire e cosi preferisce non vivere. Finchè un giorno davvero la sorte lo mette davanti ad una difficoltà ancora più grande e in quel momento capisce che è arrivato il momento di reagire. E’ il momento di tornare a VIVERE davvero.. E questo grazie anche all’aiuto e all’amore che Filippo, amico di sempre, e Porzia anima pura e sofferente come Berto, offrono a lui. Con dolcezza, con amore, con dedizione ma anche con strattoni, sgridate e parole “al veleno”. Si sa a volte servono anche “lavate di testa” per spronare una persona a risollevarsi e passo dopo passo ritrovarsi..Un libro ricco di sentimenti, di emozioni vere, di vita vissuta. Ho passeggiato, sognato, sorriso e pianto tra le pagine di questo libro. Quando la voglia di tornare a VIVERE, AMARE E SOGNARE diventa un percorso in salita, non facile e non privo di ostacoli, ma totalmente appagante nel momento che si ritrova la giusta via per la felicità. (B. Villa)

Ad un passo da me” è la prima esperienza narrativa di Tommaso Occhiogrosso, giovane scrittore emergente pugliese. E’ un romanzo ben scritto.

Il testo ruota attorno a Berto, un giovane infermiere che non vive affatto la sua vita; ma la vive male, curandosi solo di ciò che possono pensare le persone di lui, quelle che incontra per la strada, o al bar, o nei negozi.
Ha un carissimo amico Filippo, il quale cerca in tutti i modi di farlo ragionare, ma le sue sono parole buttate al vento. E si sa che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
“[…] Quanto mi nauseava dargli ragione! […] Insomma Filippo, mi aveva puntato un chiodo sulla fronte ed io ci avevo appeso il cartello <Torno subito!>. Passeggiavo parecchio in quei giorni, cercavo un’identità. […] e osservavo i passanti che mi guardavano. Cercavo di non concentrarmi sulla gente o sulle auto che mi sfioravano, volevo puntare il riflettore su di me. […]”
Un giorno Berto, portando a spasso il suo cane Eddy, conosce Porzia. Purtroppo, la sera in cui esce per la prima volta con lei, accade l’irreparabile: Berto cade e, la caduta gli causa l’immobilità dal collo in giù. Ma qualcosa nella sua mente incomincia a muoversi, a destarsi, una nuova consapevolezza si fa strada: “[…] E’ vero che ciò che accade non capita per caso: c’è sempre un motivo. Il problema spesso, è che non lo si capisce mai da subito […]”
Durante la degenza in ospedale e anche dopo, Filippo e Porzia gli staranno sempre vicino, aiutandolo nel suo nuovo cammino “mentale”.
Infine, segnalo le parole di Berto in un colloquio con Filippo: “[…] << Già, è proprio strana la vita. Prima avevo le energie e le forze, ma preferivo sedermi e stare a guardare. Ora queste mi mancano ed ho una voglia matta di procedere, per recuperare il passo. E’ proprio vero, non avere sogni è come morire, è come vivere senza quello spirito che ti fa andare oltre le varie fasi della vita, superando poco per volta gli ostacoli. […]”

Ad un passo da me” è un romanzo che va letto, un testo che fa riflettere sul nostro modo di vivere la vita in maniera frenetica, scordandoci di noi stessi e pensando solo a ciò che possono pensare gli altri di noi. Non vedendo che l’essenza stessa della nostra vita ce l’abbiamo già, la possediamo. Invece perdiamo tutta la vita alla ricerca dell’effimero. Ma è proprio quando perdiamo le cose più importanti, a cui non diamo il giusto peso (come la salute), che ci fermiamo a pensare: “ero ad un passo da me e non me ne sono mai accorto”.

Quindi, che senso ha correre, affannarci, per qualcosa che, una volta raggiunta, conquistata non ci lascia dentro che un grande vuoto?

Bravo Tommaso, con il tuo romanzo dai una lezione di vita che difficilmente si dimentica. Abbiamo la fortuna di avere una vita, bella o brutta che sia, non ha importanza. Ma abbiamo il sacrosanto dovere di viverla, di non sciuparne neanche un minuto, perché una volta che ne abbiamo perso anche uno solo, non potremo tornare indietro per recuperarlo e cambiarlo. Quindi viviamo ogni giorno intensamente come se fosse l’ultimo.
Concludo citando una frase di A. Schopenhauer:
Considera ogni giornata come vita a se stante.”

Buona lettura a tutti e ricordate:

Un libro apre la mente, e vi mostra nuovi orizzonti… (C. D’Amico)

ARTICOLI

“OTTOBRE, PIOVONO LIBRI”

di Michele Cotugno
Nell’ambito dell’iniziativa “Ottobre piovono libri”, il giovane autore Tommaso Occhiogrosso ha presentato il suo romanzo d’esordio “Ad un passo da me”. Nato a Bari nel 1978, ha partecipato a diverse edizioni del “Premio Nazionale di Poesia e Prosa Città di Bitetto”, ricevendo riconoscimenti per la silloge poetica “Dentro e fuori il carapace”. “Ad un passo da me” è la sua prima esperienza in campo narrativo.

Il libro è un’analisi introspettiva del protagonista, Berto, un ragazzo come tanti altri, che vive da solo nella sua condizione di single incallito, desideroso solamente di divertimento a tutti i costi, senza pensare alle cose serie. Fatica a vivere la propria vita, si ritrova continuamente ad osservare gli altri e a pensare col loro cervello, ad immaginar situazioni e pensieri, e condividere con loro frammenti di esistenza. Ma sarà un evento drammatico a cambiarlo: a seguito di una brutta caduta, si troverà improvvisamente su una sedia a rotelle. La vita sembra essere finita quel giorno, in quel luogo, in quell’istante. Ma, in realtà, sarà proprio allora che il ragazzo comincerà un percorso che lo porterà a scoprire la sua vera natura, il vero Berto, quella persona che avrebbe sempre voluto essere e non è mai riuscito a conquistare.

L’ambientazione scelta dall’autore non è casuale. Lloret de Mar, una delle capitali del turismo estivo dei ragazzi in cerca di divertimento. Città ideale dove collocare la vita frivola di Berto nella prima parte del romanzo, prima dell’incidente.

“La vera malattia è nella prima parte del romanzo. L’incidente lo aiuta ad alzarsi e a fare un passo verso se stesso”, ribadisce l’autore.
Occhiogrosso conclude annunciando uno dei messaggi che il lettore può estrapolare leggendo il libro: “L’errore più grande che possiamo fare è smettere di sognare e arrendersi agli eventi tristi”.

L’amore è la distanza di dieci giorni


Rientravo a casa dopo una giornata di lavoro come tante. Ascoltavo il Liga che proponeva un ritornello a me caro su una pista che raccontava di vita insieme e di ciò che conta giorni per fregar la morte, quando all’improvviso rallentai, dolcemente, senza opporre una seppur minima resistenza. Infine mi fermai.

L’amore, di preciso, cos’è?

“Un sentimento” – pensai .

“Non solo. Anche l’odio è un sentimento. Non significa nulla, troppo vago”.

Cercai così un esempio che potesse farmi toccare con mano, una sostanza chiusa in una parola così piccola e dispersiva. Fu in quel momento che mi vennero in soccorso due figure per nulla piccole e dispersive.

I miei nonni.

Pensai a quanto tempo avevano vissuto insieme e soprattutto come erano riusciti a creare quel tipo di  legame al punto da non poterli immaginare distanti nemmeno per un attimo. Come ci erano riusciti? Con amore senz’altro, ma anche con urla, brontolii, musi lunghi e dispetti infantili. Il rapporto dei miei nonni si reggeva in equilibrio su mattonelle sconnesse e porte che cigolavano: una vita da  vivere insieme nonostante rumori e piccole increspature. I problemi erano solo il condimento per assaggiare la vita in tutte le sue forme. Tanto per intenderci, mio nonno era un uomo d’altri tempi, docile con gli altri, severo con la moglie. Mia nonna, al contrario, era docile e furba allo stesso tempo, forse un po’ pettegola, al punto che col tempo non ci badavi nemmeno più. Erano fatti l’uno per l’altro per il semplice motivo che le imperfezioni di uno si incastravano con le mancanze dell’altra.

Di preciso non so quanti anni abbiano passato insieme, ma so con certezza e ricordo con estrema ammirazione, quanto tempo sono stati distanti, da quando tutto è cominciato.

Dieci giorni.

Entrambi con l’età, avevan assorbito la malattia, come quinto arto di un corpo che si deteriorava. Mio nonno, vittima del fumo, viveva in un letto, ‘legato’ al respiratore; mia nonna, inconsapevolmente aveva abbandonato le volontà e il cervello alla malattia senile. L’uno nel corpo, l’altra nella testa, giacevano come corpi in attesa di chiamata.

Nonostante la malattia, mia nonna era vigorosa.

Nonostante la malattia, mio nonno ricordava con precisione in quale cassetto fossero collocate le maglie intime per nonna, e quante ancora ve ne fossero.

Nella malattia si compensavano, nella malattia distribuivano dispiaceri e gioie, sorrisi e pianti a noi che eravamo spettatori quasi impassibili.

La malattia fu solo capace di separarli dal talamo nunziale: non potevano star più assieme.

Mia nonna parlava di continuo, blaterava;  a mio nonno occorreva riposo. Eppure, compagni di stanze limitrofe, si scambiavano preoccupazioni e sguardi. Ciascuno a suo modo.

Erano i mondiali. Quelli vinti dall’Italia.

Mentre le macchine strombazzavano per le vie del paese, nonna ci lasciò.

Eravamo pronti per quel momento, sapevamo che sarebbe successo.

La più forte, andò via in silenzio, senza blaterare più nulla.

La nazionale italiana si godeva la coppa e il nonno ci lasciò.

Si lasciò, meglio.

Dopo solo dieci giorni, si spense nel silenzio e al silenzio di una casa che non accoglieva sulle mura i continui lamenti di nonna.

Il più debole nel corpo, aspettò la più forte. E senza far rumore, senza inveire come magari avrebbe fatto una volta.

Penso che nonno sia stato accanto alla sua donna, nell’unico  modo in cui un uomo possa concepire l’amore. Nella salute e nella malattia. Malati, al tempo stesso. Sapeva che fra i due, il compito di vigilare spettava a lui. E fece così. Son certo che avrebbe potuto scegliere di andar via in qualsiasi momento, era il più debole, non gliene avremmo fatto una colpa, né ci saremmo meravigliati altrimenti. Ma aspettò la donna con la quale aveva deciso di vivere. E morire. Morire con lei, aspettarla e ricongiungersi dopo breve.

Questo credo rappresenti l’amore. Un’attesa. Un silenzio. Un distacco mai pensato. Vivere comunque e accettare un dolore, una malattia. Il rimedio si trova sempre: anche dormire in camere separate, ma comunque vicine. Non arrendersi.

E sentire il vuoto di un’assenza.

Con questo ricordo, ripartii, consapevole in cuor mio dell’unico modo per fregar la morte.

Ciò che la bocca non dice


Sarebbe perfetto coniugare il verbo che la mente genera.
Sarebbe giusto.
Ideale.
Ciò che la bocca non dice e’ quanto di più condizionale esista.
Persino l’imperfetto andrebbe bene. Andrebbe, appunto.
A ciascuno, il tempo che si merita.

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