L’amore senza suole


Scarpette bianche più grandi di te, due lingue a strappo che stringono il collo per lasciarlo strozzare, i passi veloci per non lasciarli andare;  
insegui le ombre perché non vedi il sole, non te l’hanno mostrato, non ti hanno incantato: ascolti solo quel sibilo che inghiotte rumori, come se il vento masticasse stupore.
Hai tutt’intorno profumo di caramelle, così distratta ragioni a colori che nessuno tra i grandi sa davvero fermarti .
Scarpette bianche più grandi di te, inciampi nel tuo nome che ancora non vedi sulle labbra bagnate di chi insegui lontano 
e l’affanno ti gonfia il viso, il sorriso, più grandi di te.
Scarpette macchiate più grandi di te, cosa è successo?
Non è più bianco il desiderio che hai?
L’inverno ti sporca di freddo e tu, scarpette bianche non ne indosserai più.
A piedi nudi e della giusta misura ti vedrai crescere, conoscerai il terreno da calpestare, picchiare, imbrattare con le tue impronte,
perché di pungerti non ne avrai più voglia.
Bambina a piedi scalzi sarai già donna 
e in quelle scarpette bianche più grandi di te,
avrai lasciato il sudore e i passi grandi
che di quelli non se ne fanno mai,
piuttosto seduta saprai farti bella
in attesa di chi saprà chiamarti sempre con meraviglia.

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Il sospiro di tutte le sere


E’ una di quelle sere stanche che si presenta come un vecchio dagli occhi consumati che inforca grandi lenti e appoggia una mano sul bastone, non per sentire il passo, né per sostenere il corpo, ma solo per lasciare ancora un’impronta sul tempo che ancora ha.
E’ una di quelle sere ingenue che si presenta come un adolescente sbarbato e i suoi quattro peli sulle guance, deboli, radi. Non vuole nemmeno più arrossire perché si sente forte e serba solo la sua voglia di crescere per disegnare sul volto, il viso dell’uomo che sarà.
E’ una sera strana come quelle sere senza risposta, di chi invano attende una voce, un po’ di luce, forse anche il peggio, purché risponda di qualcosa che non sappia di un gancio in mezzo al vuoto.

E’ tanto sera quanto è stato giorno, recuperando gli arti, il pensiero, il cuore in tante ore, quasi che un po’ di noi si sia abbandonato, così, distrattamente. Pensiamo in avanti, all’età matura, alle pieghe che sulla pelle stamperanno impronte del tempo; ritorneremo indietro profumandoci degli stati migliori, dei buoni propositi realizzati, delle grandi spolverate di fiducia con le quali ci siamo truccati e fatti belli; sosteremo infine, con affanno, su di una sola mattonella, davanti alla finestra e appesteremo del peso del sudore ogni singolo centimetro quadro di essa, sospirando nel frattempo ché la mente fa sempre i capricci.
E’ tutto qua. Il sospiro di tutte le sere: pare solo un fiato, ed è una folata che fugge senza criterio avanti nel tempo, indietro nei ricordi.

E’ una di quelle sere come sempre, una di quelle nelle quali, in torto o in ragione, in salute o in malattia, in amore o in solitudine, avremo comunque perché è come un motivo che suona, una nenia dolce che ci accompagna a letto senza il bisogno di vestire i sogni di inconcludenti bisogni.

L’anima in coda.


Pacata se ne sta l’anima aspettando il suo turno, scostandosi a parole prepotenti che assaltano il posto. Furbe, queste, si accostano a lei, prima sussurrando aiuto, poi azzannando ascolto. Anche i pensieri, intatti e silenziosi, accettano lo spettacolo e, distratti dal tremendo borbottare di sostantivi e predicati piazzati l’uno di fila all’altro, svaniscono defilandosi tra metafore di inganni ben strutturati.
Se ne sta indietro l’anima, timida e delicata, ché quella parola di troppo le ha rubato il respiro e la credibilità, le ha rubato il posto: offre ragioni e perdono, chiede solo un altro turno, un altro posto, sebbene in coda.
Così attende.
E non attende il turno, ma solo l’invito ad avanzare, nonostante dal fondo, sia sempre tutto fin troppo chiaro.

Così talvolta me ne sto, in mezzo ad umani di parole, in sostanza, di chiacchiere.

La stanza sotto silenzio.


C’è il silenzio che respiro nei tratti di te, quelli che disegno sin dal mattino e che si plasmano ricalcando la linea dei sogni, della notte, del blu intenso che mi ha avvolto anche stasera, silenzioso.
Mi sollevo con un paio d’occhi pesanti di te, il sapore dell’alba che verrà ne guarnirà il risveglio e una matita nella testa sarà pronta a serpeggiare progetti, silenziosi.
E ritorno al blu intenso di questa notte.
Il timido sole s’è nascosto a chiedere scusa, se di brillare in tanto silenzio poi c’è davvero senso.
Ed io lo richiamo, mesto, perché di urlare insistenti promesse non ho voglia, non ho coscienza.
Il silenzio sulle cose dentro me allinea il desiderio e la paura sullo stesso confine: questa saggia turbolenza ci terrà in equilibrio ed ogni sciocchezza ci passerà sotto i piedi come granelli di sabbia innocui e inconsistenti.
Ti scelgo così, ancora nel silenzio delle promesse, ché di tanto amore non ci rivela, ma ci svela poco per volta il desiderio e le tracce che lasceremo, il sapore dei giorni trascorsi, il sentore di altri che temiamo rovinare.
C’è silenzio in questo notte, ancora un’altra da consumare nel segreto di quella stanza in cui conserviamo le nostre gioie, i nostri sorrisi, i battiti sinceri sordi per tutti coloro che sono lì fuori.
Tutto tace,
pare
e nel silenzio che continuo a respirare nei tratti di te, di tanto in tanto, m’infilo non appena posso nel segreto di quella stanza, dove in qualche modo siamo davvero noi.

La gente si confonde.


Di passi grandi lei ne faceva, specie nel lettone a pancia in giù: la testa appena affacciata sul cuscino e le braccia larghe ad abbracciare sogni quasi a due piazze. Così mi stringevo nel mio lembo di letto, accovacciato accanto al comodino e alla sveglia che sparava sul soffitto il suo fascio orario di luce rosso sangue. Le gambe inclini alla falcata poi, mostravano la sua voglia di procedere spedita lungo quelle proiezioni di desideri, nei pressi delle stelle, attraverso le quali solitamente riuscivamo a vedere il nostro destino, sostenendoci con le teste inclinate all’insù, come increduli.
Poi veniva il giorno e il fascio orario rosso sangue trillava lampeggiando: era ora di scendere e accomodarsi lentamente al pavimento della quotidianità, dove il cesso avrebbe continuato a puzzare se non avessi finalmente imparato a tirar giù l’acqua e dove una volta per sempre avevo intuito che delle micro gocce d’acqua, col tempo, formavano del calcare lungo gli argini del lavandino. Pattinavo a fatica spingendomi svogliato verso la cucina: immaginavo che non ci sarebbe stato del caffè fumante ad attendermi, ma una moka fredda e vuota tutta da riempire e montare pezzo per pezzo. C’era la lavastoviglie dei miei sogni ad attendere i piatti, ma questi ormai rassegnati, sapevano già che ciò che vedevo era solo frutto del mio disprezzo nei loro confronti: un paio di mani si sarebbe occupato ancora una volta di loro, ma nel pomeriggio magari, dopo la solita giornata di lavoro che avrebbe corroso le meningi e sprecato energie nelle più futili discussioni con clienti e colleghi.
E poi c’era l’immondizia da catalogare, le buste da far bisbigliare in quel silenzio della mattina; c’era la caffettiera da preparare per il suo risveglio e la sua auto da tirar fuori prima della mia partenza.
C’era sempre il suo qualcosa a cui pensare ed il mio solito a cui provvedere.
Eccetto che per le camicie. Erano la sua specialità. Era quasi un gioco il suo, ma sorprendermi con l’ennesima camicia stirata a puntino e nuova di zecca, pareva divertirla. Le si stropicciavano le gote in smorfie da bambina quando restava ferma sulla soglia della camera a spiarmi mentre spillavo fuori dal cassettone, una nuova, profumata, vivace e inaspettata camicia. Poi la guardavo e mi diceva – Ti piace? Si!! –. Certo che mi piaceva, ma lei aveva già fatto tutto da sola, domanda e risposta, perché in fondo i regali fanno più felici i donatori che i destinatari del regalo.
Così è quando si ama, ma non chiamatelo amore, davvero, che sennò la gente si confonde e non capisce.
Chiamatelo dimenticarsi, per esempio. Rende meglio.
Dimenticarsi di sé e di tutto ciò che fino a poco tempo prima ritenevi prioritario perché ciò che era importante, davvero col dimenticarsi non conta granché;
Dimenticarsi del tempo, perché quello che si vive, poi passa e non resta traccia se non quel poco che distrattamente hai creato col dimenticarsi;
Dimenticarsi dello spazio che ruota e che calpesti con prepotenza, delle voglie e delle speranze che ti eri costruito da solo, perché dimenticarsi a vicenda non può far male: mentre ti dimentichi di te, c’è già una persona che dimenticandosi di sé, sta prendendosi cura di te.
Questo è.
Equilibrio e alchimia di distrazioni in cui tutto, magicamente, funziona alla perfezione nonostante ciò che ruota intorno venga seppellito dalla polvere e dai giorni, dalle cose normali o dalle noie abituali: le cose non possono dimenticarsi ma restano tali nonostante tutto, a prescindere, e non fanno altro che ricordare che da soli ci si dimentica persino di che materia siamo fatti per vivere davvero.
Così è dunque, quando si ama, ma non chiamatelo sempre amore, che la gente davvero si confonde e non capisce.

Quasi te.


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Ed era sempre quasi te che cercavo quando non mi distraevo volutamente per correre in soccorso di me;
ero sempre nelle tue vicinanze quando rallentavo e sceglievo la strada lontana che serpeggiava intorno ai miei interrogativi;
collezionavo sempre un po’ delle tue scuse e delle tue pause quando mi tradivo sfidando le orgogliose paure.

Si fa presto a pensare amore,
a immaginarlo con le forme perfette e profumate.
Tanto rapido è il ti amo
che si svincola tra il petto e lo stomaco
risalendo e affondando tenace sulla lingua morbida e decisa
a cui le labbra non sanno resistergli.

E’ più dura sostenere te
saperti di umana debolezza, di voluttà mai sazia,
di gambe veloci.
E’ più intenso e faticoso provarti dentro, sui miei limiti, sui tuoi, perché è di istanti che ti vivo, non di eternità.
Racimolo momenti per disegnare e dar vita ad un solo battito, una sola emozione ché quella sola conta. Non viviamo di amore continuo, ma continuamente amiamo viverci di momenti come se il tempo non fosse quel cieco macinatore di bellezze sorpassate.
E’ dei “quasi” che voglio cibarmi, dell’istante prima, su quella sottile cornice che si affaccia nell’incavo del nostro tempo insieme, dove scivolare e lasciarci abbracciare dalle forme stesse che amore e paura creano.
Affondiamo così distratti dunque, ignari di quel che l’incavo ci concederà, perché prenderà poi la forma dei baci non chiesti, dei sorrisi improvvisi, del silenzi rispettosi, dei pensieri sospesi e delle cure minute che faranno comodo il nostro spazio. E’ sempre accanto a te il mio tempo migliore ché l’adesso è solo un passo dopo il quasi e lo vivo anche ora che aspetto il tuo rientro, come fosse una nuova cornice sul quel bordo d’incavo nel quale scivolare lentamente insieme.

Dei giorni così


depressione

Arriveranno i giorni dispari
quelli che non ti mettono in pari col cuore,
distanti ormai dal suo ritmo cadenzato
perché non hanno voglia di allinearsi ad un battito emozionale;
arriveranno i giorni piegati
quelli poco chiari e che avrai voglia di chiudere come un fazzoletto,
ché hai bisogno di nasconderli nella tasca posteriore,
lontana dalle mani, schietta a farti stare scomodo, però;
arriveranno i giorni tristi, infine,
come gli stessi dispari e piegati
perché di giorni così ce ne vengono assegnati senza conta,
senza criterio
senza merito.
Ci spettano e basta.
Quel che non ci meritiamo
sono i giorni pari
aperti
felici
sprecati a giocarceli col cattivo gusto di cui solo gli umani son capaci
ché non sanno seminare, né raccogliere.
Sprecare.
Di giorni così non c’è semina, né distribuzione:
sono solo giorni offerti da far germogliare
col sole di pioggia,
con nubi colorate.
Ma tutto questo avrà poco senso
finché di un arcobaleno, non sapremo stupirci.

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