Archivi categoria: Approcci pratici e metafisici di un meditabondo di provincia

La coscienza storica


In questa fase ‘epica’ della storia italiana, davvero non si sa dove volgere lo sguardo nell’attesa che qualcosa accada. Qualcosa di positivo, intendo. Le certezze a cui non siamo mai stati abituati, una volta forse non erano un problema, una priorità insomma. Tutto ad un tratto, siamo assetati di sicurezze, verità, risposte, stabili congetture e promesse che reggano il confronto con i grandi punti interrogativi che affollano nel quotidiano i pensieri, presso lo sportello delle “Paure”. Il concetto non regge, tuttavia, perché è come un neonato al primo abbaglio: riesce ad emettere un solo suono, acuto, intenso e dirompente. Il pianto. A dirla tutta, non è proprio così. Singolare il concetto di Pieraccioni sulla vita (in riferimento alla sua esperienza di neo papà): un bimbo che viene alla luce, si connette con la vita, stabilisce quel legame che gli permette di essere in contatto con altri suoi simili. E’ una istituzione, nel vero senso della parola come a dire: “Da questo momento, vale”.

L’uomo ha aperto gli occhi da poco, dal momento in cui verità sono emerse da un pozzo che propriamente non accoglievano il candore e l’innocenza, piuttosto sotterfugi e movimenti tellurici di fogne. Siamo bravi ad urlare, indignarci, manifestare, dire “odio”, mandare a ‘fanculo, rimettere in discussione e sostenere la rivoluzione. Per un papa che si dimette c’è un cavaliere che ha programmato la sua storia (dalle false dimissioni al governo tecnico – perché un voto immediato l’avrebbe allontanato definitamente dalla politica); da una Banca che vien scossa a continui avvicendamenti sul banco degli imputati (ma solo sulla carta) di politici, manager, amministratori delegati e cravatte simili.

Questa non è storia. Non ci serve una storia così.

Chi non conosce questi “avvenimenti”? Ormai siamo specialisti della politica come una volta lo eravamo della Nazionale di calcio durante i Mondiali. Tutti ‘C.t.’ . Sappiamo tutto, conosciamo ogni singolo particolare degli scandali che riempiono i quotidiani e siamo, addirittura, capaci di esprimere opinioni. Ci sentiamo tutti un po’ MarcoTravaglio e ci piace perché ciò rende l’illusione di essere informati e coscienti.

Peccato che la coscienza non sia un puzzle da comporre con trafiletti di giornali. La coscienza ha bisogno di memoria, di storia e di azione.

Dove siamo stati sino ad ora? Davvero crediamo di poter esprimere un ‘parere’ coscienzioso sul (tiro a casaccio) Ratzinger e le sue dimissioni?! La mia opinione è relativa. La mia coscienza invece continua a ribellarsi: ma non con un moto verso l’esterno, quanto come una centrifuga che impazzita ribalta ogni mia certezza. E le certezze me lo sono create nel tempo, con la storia, la memoria. Se è vero che siamo un popolo di smemorati, allora è vero che siamo un popolo senza coscienza, perché entrambe non possono viaggiare su binari diversi. Dunque la colpa è solo nostra.

Un bell’esame di coscienza storica, non guasterebbe specie ora che siamo socialmente in contatto, non abbiamo cioè barriere e limiti, ma ci sentiamo protagonisti di una bacheca costellata da pollici all’insù. Riconosciamo i limiti e ripercorriamo i passi che la storia ha lasciato, i segni, le testimonianze. Con questo bagaglio, potremo anche sibilare un “Non ci sto ergo lotto!”.

La coscienza ha bisogno di memoria, di storia e di azione.

Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi (A. Camus)

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Il Giorno della Memoria per chi non c’era


In quale angolo del lobo cerebrale dovrò conservare un Giorno così? In quello temporale, immagino. Poi rifletto sull’ipotesi di piazzarlo in quello dedito alle attività visive: almeno vedo e mi impressiono, ergo, immagazzino una mole di dati che finisce dritta nella memoria visiva, e dunque nel Ricordo. Dopo tanto impegno e dedizione, tuttavia mi chiedo: ma un giorno così, a me, cosa interessa?! Non c’ero, non l’ho vissuto, l’ho letto e l’ho in qualche modo assorbito da terzi. Insomma questo Giorno della Memoria, in cosa può cambiarmi l’esistenza? Per quale motivo ricordare tanta Storia?!

Chiudo così un pensiero ed esco. Colazione e caffè.

Al bancone del bar c’è una fila di assonnati che aspetta il turno, tra cui un tipo brillante, uno che fa lo ‘splendido’ con la ragazza che sta ‘jettand o sangh’  dietro la macchina da caffè. La osservo e penso:”Quanta pazienza ci vuole per fare questo mestiere!”. Lo ‘splendido’ intanto che aspetta il suo turno, si avvicina con eleganza alla ragazza e gli sussurra qualcosa. La tipa sorride e fa finta di nulla. Lo ‘splendido’ sogghigna impazientito e riprova. La ragazza lo asseconda con un “sì sì, adesso arrivo da te!”.

E qui scatta l’ira e l’incredibile arroganza. Il tipo ‘splendido’ e seducente, abbandona il bancone e si dirige alla cassa, dove siete il titolare del bar. “Vorrei pagare un caffè, ma non posso, visto che sono dieci minuti che aspetto che mi sia servito e ancora non ho avuto il piacere di vedere ci che colore sia!”. La ragazza diventa paonazza dietro il bancone:”Scusa, tizio, sei stato a dir chiacchiere e a fare il simpatico, ma il tuo turno non era ancora arrivato… c’era gente prima di te!”. Il titolare, non dice nulla, se non “Fai subito un caffè al signore. Offre la casa”.

Mi sono impressionato stavolta. Devo immagazzinare quest’esperienza perché non succeda più. Devo Ricordare dove abita la dignità e il saper vivere, l’educazione e il rispetto: non esiste una locazione precisa nell’emisfero cerebrale per queste qualità, perché sono come vapori, circolano nell’aria e fuggono, li acchiappi solo per qualche istante. La memoria visiva e l’udito stavolta mi aiuteranno a ricordare meglio, perché tra tanta gente al bancone, nessuno ha replicato, nessuno ha difeso la ragazza, nessuno si è fatto avanti e ci ha messo la faccia. Nemmeno io. Ciascuno di noi, in fila a quel bancone, non desiderava altro se non il proprio caffè. Il resto erano affari che ci riguardavano.

Un po’ come la storia della Storia e di quanta roba essa insegni, senza tuttavia spiegartela per bene.

Adesso è chiaro il senso di questo Giorno per noi che non c’eravamo, per noi che abbiamo visto immagini, per noi che abbiamo pianto davanti a pellicole, per noi che continuiamo a “festeggiarlo” senza averne una schietta sensibilità.

Un Giorno per Ricordare non il male che  è stato fatto, ma il bene che io, oggi, rinuncio a compiere. Perché la Storia passa sempre da un giorno chiamato oggi.

Al netto del reale e dell’irreale.


Provo a fare un’ipotesi. Immaginiamo che lo Stato annunci un’opera di bonifica e di democratica distribuzione del denaro pubblico utilizzato per fini non prettamente burocratici e che in una determinata giornata, ad un’ora stabilita, in ciascuna delle piazze italiane (in ogni singolo Comune) un elicottero sorvolerà e distribuirà in maniera libera, un sacchetto contenente tale rimborso per singola unità (cittadini, neonati compresi – farebbe fede il carrozzino): una esigua somma di denaro detratta dal surplus della spesa pubblica, avendo già in precedenza stabilito e formalizzato quale debba essere lo stipendio minimo per ogni parlamentare, cancellando dunque gli ormai noti privilegi della Casta. Ovviamente, lo Stato, in questa mia assurda ipotesi, esigerà da parte di ciascun cittadino la massima collaborazione espressa in evidente onestà: un solo sacchetto per cittadino, nessun ulteriore rimborso sarà dovuto, dal momento che Onestà chiedono gli Italiani, Onestà dunque richiede da essi.

Sapete cosa vedo in questa surreale situazione? Vedo il surreale appunto e l’inverosimile. Vedo sciacalli che si appropriano del denaro che non gli spetta, vedo zone di fuga e rappresaglie, vedo gente assetata di ricchezza e visi gonfi di adrenalina. Vedo comunque una realtà già vista e lontana anni luce dalla democrazia e dall’onestà. Forse in questa mia ipotesi, in questo scherzo esasperato della fantasia,  avrei fatto meglio ad istituire una disciplina che regolasse con l’ordine una siffatta distribuzione democratica, ma c’è di vero che al netto del reale e dell’irreale, al di fuori di quelle che possono essere le situazioni vere o ipotetiche, esiste e sopravvive una certa meschinità.

Al netto di ciò che viviamo, c’è da chiedersi: “Cosa faccio in concreto per tener pulito il mio Paese?”. E’ una di quelle domande che spesso non ci poniamo, perché oberati da preoccupazioni del momento critico, occupati troppo a denunciare, a distruggere il male che altri compiono. Il cambiamento tuttavia passa anche dal bene che possiamo realizzare e invece resta in cantina a prender polvere. I mezzi a nostra disposizione saranno anche esigui, ma al netto, possiamo affermare in tutta sincerità, di essere cittadini modello?

Dove mettere la ICS, quando andremo a votare.


Il destino è crudele a volte, perché quando meno te lo aspetti, chiede senza preavviso di mettere ordine nella vita. Così vago nell’incertezza più assoluta, dal momento che abitualmente riesco a tenermi in equilibrio senza difficoltà lungo il confine della placida incertezza. I piani stabili mi fanno tremare le gambe: ansia, timore, assenza di soluzioni, limitatezza congenita delle cose dinanzi a realtà che non chiedono altro se non di esser vissute passivamente. Insomma il tripudio della monotonia all’ennesima potenza. Infatti, seppur insofferenti, dopo qualche tempo le situazioni permanenti destabilizzano, son capaci di erodere la sfera dell’intelletto dedita alla fantasia, all’improvvisazione, all’immaginazione fine a se stessa. Per quanto costituiti di carne e ossa, le cellule che vivono e si rigenerano sotto questo vestito umano, non possono fare a meno di questa essenza aleatoria.

Per ritrovare una certa quiete dell’anima, di tanto in tanto mi pianto dinanzi alla mia parete attrezzata: ho bisogno di una sorta di mappa per individuare le zone certe e quelle nuove, angoli nascosti e il solito cassetto di cartacce e materiale che tiro fuori solo in determinate occasioni. Ritrovo un po’ me stesso su questi scaffali, parte della mia vita, insomma. Ordinate secondo un gusto prettamente casuale, giacciono le mie letture: pagine che sudano ancora di lunghi pomeriggi spesi a divorare parole, capoversi e capitoli. La mia collezione di romanzi è una comitiva di amici che ahimè, cresceva di mese in mese, ognuno con la sua storia, ognuno col suo carattere particolare. Arricchivo la solitudine di spazi vuoti sulle mensole almeno una volta al mese: nuovi acquisti, nuovi romanzi. Altre storie. Affianco ad essi giace un quadrante, un cubo incassato tra gli scaffali. In essi custodisco i giochi per la wii. Di sopra, un altro cubo con audio cassette e cd rom con la mia musica di sempre. Nella mensola più bassa dormono i dvd: film visti e rivisti, collane e raccolte con le commedie di Edoardo De Filippo, Dario Fo e Vincenzo Salemme. Mi gratto la testa e sorrido ingoiando saliva e malinconia. Sono passati alcuni anni, ed ora che peregrino davanti all’urna del mio tempo libero, scopro con amarezza il passato, disgusto il presente, rifiuto il futuro che non ha ancora proferito parola, poiché nato con l’handicap del mutismo. Per sfizio accendo la tv, cerco un canale degno di questo nome e vedo un cavaliere in cerca di consensi, poi una mummia che s’è destata dal sonno di un’epoca lontana, un rivoluzionario che urla, infine un pacifista che sibila con un filo di voce, illustrando un cambiamento del quale non si comprende il senso.

Accidenti, le votazioni! Ecco cosa stava cercando di dirmi il destino: devi votare, cittadino!

Per un attimo mi siedo e realizzo che, santa miseria, dovrò decidermi al più presto verso quale corrente, partito, figura carismatica, donare il mio voto. Poi scosto lo sguardo un secondo e la mia parete attrezzata disturba questi pensieri: luccicano le copertine dei dvd, i miei giochi sgocciolano un po’ di polvere, esalano brevi ma intesi odori le pagine incastrate tra le copertine. E vengo rapito del tutto: ogni cosa sembra piangere su questi scaffali. La voce del cronista presenta un politico, poi un altro e un altro ancora. Tra le figure in doppio petto e libreria eseguo uno scambio rapido, un set veloce che chiude con un dritto che scivola oltre le intenzioni, oltre le volontà, oltre tutto ciò che poteva rappresentarmi fino a qualche anno fa ed ora invece mi tiene prigioniero.

Parlo della libertà di credere ancora in qualcosa: sono così assuefatto all’idea di crisi, che vivo ogni santo giorno con il capo chino a guardare le scarpe, i passi, quanti ne compio e soprattutto se la strada lo permette; sono così ubriaco di mediocrità, che stento a credere di poter uscire e sentirmi libero di di desiderare qualcosa; sono così vigliaccamente abituato a pensare a metà, che stento a guardare un calendario che vada oltre il mese, anzi spero di arrivarci. Non è la crisi che mi spaventa: ma io che ci sono dentro e non faccio nulla per evadere. Non mi sento libero di acquistare cinque, sei libri tutt’insieme perché sicuramente ci sarà qualche altra stangata a cui metter le pezze; non mi sento libero di proseguire una collana settimanale sul teatro, perché non sono certo di poter arrivare alla fine; non sono tanto onesto da ammettere che ora mi sento dannatamente schiavo del denaro e dei conti che speravo di non dover fare mai. E questi vengono a presentarci nuovi programmi, nuove leggi?! Inseriamo l’IMU; adesso lo togliamo; pensiamo ai giovani; dimentichiamoci dei pensionati; abbattiamo i privilegi; ma paghiamo fior di soldi per la spesa pubblica; facciamo cadere il governo per inserirne uno tecnico; abituiamoci agli standard europei; facciamo ricadere il governo anche se tecnico e che è stato messo su dal governo che era caduto precedentemente?!!

Non siamo le puttane di nessuno, cari politici e se stavolta siete tornati per proporci altre soluzioni alla crisi, sappiate che nessuno ve le chiede davvero, perché siamo coscienti che non siete in grado di gestire la cosa pubblica quanto non siete in grado di gestire i vostri affari privati: gli avvisi di garanzia, i processi nei quali siete invischiati, parlano più di quanto possiate immaginare, dunque perché dovremmo credervi?

Chiuso ora il monologo sui luoghi comune, ecco quale sarà il mio voto. Stavolta voto per me. Una ICS sulla mia libertà di espressione e desiderio; una ICS sul disordine ordinato che ha sempre regolato la mia vita; una ICS su quelli che sono i miei standard, perché i vostri fanno cilecca. Voto così il silenzio delle vostre proposte. Una ics su ciascuno di voi con dedica speciale: voglio vedere la stessa espressione degli italiani delusi, imbarazzati, preoccupati, disonorati, derisi e mortificati sui vostri volti. Voglio vedervi tristi, per una volta, così come triste ci avete reso la vita: potevate fare di più e avete scelto di non farlo, perché a certe altezze le vertigini regalano emozioni. E’ da quaggiù purtroppo che avvertiamo la puzza e voi, belle facce di cera, non avete nemmeno idea di cosa sia fatta questa sostanza abominevole. Vestite i nostri panni, indossate le nostre scarpe, pagate le nostre tasse, bagnate i vostri occhi delle stesse lacrime di coloro che hanno dovuto accettare la scelta di un suicida disperato, e vediamo se siete capaci di aver tempo per discussioni sterili e combine di partito, alleanze utili a dissacrare l’onore di chi maledettamente sarà pur costretto a votarvi. Questo è il mio voto. Quando la vostra ICS, politici coinciderà con la mia, con quella degli italiani, allora potremo scrivere un nuovo capitolo fatto di tutte le altre lettere dell’alfabeto.

La sigaretta elettronica: illusioni e soluzioni.


CAPITOLO ‘DECIDETE VOI’

Da un po’ di giorni, mi gira male. Non sono per nulla soddisfatto di come le cose stanno mettendosi: c’è un caos che disturba la mia quiete, infatti scorgo da lontano ‘fantasmi’. Sono esseri animati che saltellano frenetici. I famosi problemi: sono tutti in coda che prendono il numerino e si presentano al mio ufficio crediti. Ogni situazione pare girare nel verso storto. Ma c’è una realtà che persiste a causa e merito della volontà. Tra meno di un settimana, festeggerò il primo mese in compagnia della mia prima sigaretta elettronica. Il web si è scatenato in merito; il Ministero della Sanità ha dato parere negativo; i consensi tuttavia aumentano e c’è chi guarda con diffidenza questa novità, escludendola come alternativa. Bene, visto che se ne sono dette tante, provo a dire la verità. Iniziando dai preliminari come si fa col sesso. Parto dalle intenzioni, le situazioni e le voglie.

Ho scelto di ‘provare’ la sigaretta elettronica per UNO ed UN SOLO MOTIVO. Risparmiare. Qualora infatti questo vizio non avesse gravato sull’economia dei miei conti, avrei continuato a fumare le normali sigarette analogiche. Purtroppo, “me, son mi” e devo adeguarmi alla crisi, alle tasse, alle spese improvvise e anche a qualche uscita di piacere. Nel calcolo fatto sinora, la salute, non ha avuto minimamente rilevanza, e questo perché sono un fatalista. Se le cose devono succedere, succedono e basta. Non aspettano che nel frattempo ti adegui e ti tolga il vizio. Fumo dalla maggiore età e se dopo sedici anni non ho provato un seppur minimo ribrezzo della cosa, evidentemente l’ho accettata dal profondo del cuore.

Mi piace fumare. Condannatemi, issate striscioni di protesta, fate tutto ciò che è in vostro potere: adoro la sigaretta.

Ma il portafogli, un po’ meno. Così sono entrato in un negozio specializzato ed ho investito sul mio dannato e odiosissimo vizio. Non vi sto a raccontare il tempo che ho sprecato per l’attesa: pareva un centro smistamento profughi. Mai vista tanta calca in vita mia, giuro. Ricevute le dovute spiegazioni, ho preso il mio starter-kit e mi sono incamminato in questa nuova esperienza.

Innanzitutto si svapa e non si fuma. La prima sensazione è una vera delusione: la sigaretta analogica a causa della combustione tra carta, nicotina, tabacco, genera un colpo diretto già sul palato. In pratica aspirando una bionda, si ha già la bocca piena di fumo: questa prima sensazione nella e-cig manca, perché non c’è combustione diretta ma vi è una resistenza che produce vapore. Diciamo tipo aerosol, per intenderci. Il primo impatto lo si ha in gola. Il famoso hit, colpo in gola appunto, che genera quella sensazione tanto amata dai fumatori: la soddisfazione di inspirare e cacciare nicotina. Perché questa novità diventi abitudine e assuma i contorni di ordinarietà, occorrono circa due giorni, il tempo che l’organismo si adegui a questo nuovo tipo di vizio. Personalmente posso giurare di non aver sentito troppo la mancanza delle mie venti sigarette giornaliere: probabilmente ho svapato più del dovuto, ma pian piano la frenesia di boccheggiare è diminuita ed è rientrata in quelle che erano le mie normali abitudini da fumatore. Ho iniziato utilizzando un gradiente di nicotina alto (18 mg), per poi scendere a 12. Al momento utilizzo aromi certificati e sigillati di una nota marca di caramelle, assumendo lo 0,8 % di nicotina.

Per chi è un accanito fumatore e non pensa nemmeno lontanamente di smettere, questa è la mia testimonianza. Magari servirà a poco, forse metterà solo un po’ di curiosità. Da quanto ‘svapo’ , non fumo. Non è un modo di dire, ma una realtà: non tocco una sigaretta normale da quasi un mese! Per me è un risultato eccezionale, considerando il fatto che davvero non soffro di crisi d’astinenza, né provo invidia verso coloro che continuano a recarsi al tabaccaio per acquistare il solito pacchetto, anzi già dopo una settimana di astinenza piacevole (perché svapare al sapore di cioccolato, o rhum, o caffè è una sensazione anche divertente!), ho provato orrore nel sentire la MALEDETTA PUZZA DI FUMO che le normali sigarette cacciano! E’ da veri rincoglioniti ammetterlo, ma GIURO che è la verità. Tant’è che i primi incubi si sono già affacciati (e qui sorrido!). Ho sognato circa una settimana fa, di avere tra le mani una sigaretta normale e buttarla per terra dal momento che non era mia intenzione fumarla!

Cosa è cambiato in questo mese?! Nulla! I problemi ci sono sempre, quindi la voglia di fumare non è stata per nulla agevolata; ho superato il mega cenone di Natale e Capodanno senza rimpiangere la mia tabaccosa bionda; non puzzo più come un mese fa; il mio conto corrente respira un po’; non devo aprire finestre e finestrini per cambiare aria viziata … e svapo come se fumassi.

Passare a questa e-cig comporta impegno, tuttavia. “Fa più male delle sigarette!”; “Ci mettono le sostanze dentro!”; “E’ solo una moda del momento!”; “Comunque non ti togli il vizio!”. A mio parere, chi utilizza la e-cig e continua a fumare le analogiche (dicendo ‘fumo la metà’) un po’ si inganna: o una o l’altra. Dal momento che non siamo capaci di eliminare definitivamente questo stramaledetto vizio, dovremmo per lo meno decidere a quale vizio assoggettarci, con la differenza che svapando, davvero si ha la possibilità, volendo, di diminuire la percentuale di nicotina (che già è notevolmente inferiore alle classiche). Fesserie invece le voci che credono che faccia più male svapare anziché fumare: è solo politica. Le multinazionali stanno perdendo clienti, così come il monopolio. Le sostanze (gli e-liquid) sono realizzati con glicosi: prodotti comuni che si trovano nelle sostanze che mangiamo tutti i giorni. In merito al fatto che è divenuto così popolare che è quasi moda (a differenza delle prime sigarette elettroniche che non hanno mai riscosso successo), forse è vero, ma è altrettanto vero che funziona, altrimenti non staremmo qui a parlarne. In ultimo, è comunque un vizio. Su questo non ci piove, ma se permettete, alzo la mano e dico la mia: ricordate la motivazione che ho citato all’inizio? Ho cominciato per risparmiare. Bene, adesso continuo per smettere, santa miseria! In meno di un mese ho diminuito la percentuale di nicotina, dunque se è stato possibile un miracolo simile, evidentemente con un minimo di buona volontà si può sperare di arrivare all’incredibile traguardo di smettere. Magari continuerò a svapare, ma con una percentuale di nicotina 0. Vi pare poco?!

Non sono qui per indurvi e tentarvi, perché comunque non ci guadagno nulla. Tuttavia rendere il giusto merito all’oggetto più chiacchierato del momento, era doveroso da parte mia, visto che ci sono dentro fino al collo. La sigaretta elettronica non toglie il vizio, ma può aiutare. A chi mi chiede: “Ma funziona veramente?!”, rispondo

                                              BISOGNA FARLA FUNZIONARE,

altrimenti è vapore che si spreca. Il lato divertente della cosa, è che non è costato alcun sacrificio finora, giusto il minimo, il necessario che mi permette ogni mattina di passare dal mio vecchio tabaccaio, e sorridere.

E intanto svapo.

La mia prima volta: la filosofia dell’uovo da montare.


CAPITOLO I

Per iniziare degnamente questa pagina di “Approcci”, credo sia coerente metter mano alle mie prime volte, giusto per darmi un tono di ordine. E non parlo di particolari “prime volte”, ma  prime volte in assoluto. In maniera metafisica, insomma. Il quadro clinico di tommaso, presenta delle variabili e delle costanti: le variabili possono essere rappresentate dai singoli giorni che hanno composto sino ad ora la mia vita; le costanti da … ve lo dico tra un po’. Dunque, io vivo esattamente da dodicimila cinquecento ottanta giorni, beh, più o meno considerando i bisestili. Non sto qui a contare quanti ne abbia buttati a mare, perché non è questo il mio obiettivo, bensì è interessante considerare che in gran parte delle mie giornate sopra citate, non abbia mai dato troppa importante alle Istruzioni per l’uso. Stavolta non parlo per metafore, dico sul serio: ogni volta che ho inaugurato qualche nuova attività, o oggetto che dir si voglia, la prima operazione che riuscivo a realizzare in maniera sistematica, è sempre stata quella di cestinare le istruzioni per l’uso. Il libretto vero e proprio, intendo. Mi affliggeva dovermi chinare su un libricino scarabocchiato da vignette poco realistiche e molto fantasiose (perché certe volte, solo per capire il verso di una mensola ci avrei messo mezza giornata!) anziché buttarmi a capofitto sul lavoro e dedicarmi anima, corpo e mortificazioni in quella che lì per lì credevo essere una questione di vita o di morte. Ora, se dovessi tirare le somme, è chiaro che in molti casi,  avrei fatto bene a seguire le istruzioni, dal momento che l’insuccesso mi è stato servito su un piatto d’oro (mica un comune argento) con la placca segnata da un’incisione: IDIOTA!. Ricordo per esempio di un motorino per l’acquario che ho praticamente buttato nuovo. Non è mai partito. Non ho nemmeno provato ad inserire la spina per tentare una misera soddisfazione. Niente! Cestinato perché semplicemente avevo inserito degli strani tubi verdi in fessure che non coincidevano… forza e sforza, le fessure sono diventate voragini. Infine, il motorino si è aperto da solo distribuendo in ogni dove, minuscole viti e filamenti elettrici che ho pazientemente raccolto e accompagnato verso il cestino dell’immondizia. Finito. Ho comprato un altro motorino motorino per acquario. Con acquario incluso. Ho solo faticato a trovar una prolunga che raggiungesse la postazione di corrente più vicina.

Ecco, tommaso e il libretto delle istruzioni. In quell’occasione incassai una sconfitta. Per fortuna con la modernità, è arrivato Youtube. E con esso, anche i tutorial. Li ho scoperti per caso, a causa di un errore di ricerca. Mi è apparve un video sul montaggio dei tergicristalli dell’automobile. Beh, nemmeno a dirlo, il giorno seguente, per puro sfizio mi sono regalato delle nuove spazzole. Ho seguito le istruzioni e come per incanto, la magia si è realizzata sotto i miei occhi. Ma non tutti i tutorial sono veri tutorial. Il più delle volte sono diplomatici inviti alla costernazione. Lo fanno apposta, per farti sentire un perfetto incapace. Quasi quasi, sono lì a dirti :”Dai prova, tanto spaccherai tutto e mi maledirai, perché sei un perdente e non ti riesce nemmeno di cambiare una ruota!”.

Potrei davvero proseguire ad oltranza: avrei dodicimila giorni da spulciare per dimostrarvi cosa significano per me le prime volte. Provo tuttavia a sintetizzare in questo modo: le prime volte sono quelle situazioni nelle quali, seppur siano trascorsi dodicimila giorni, ti sembra che tutto per incanto si resetti, ricominci ancora. Un po’ come sentirsi sempre bambini. La prima volta è: meraviglia, adrenalina, rabbia, afflizione, sofferenza. Le potrei citare tutte, ma le stagioni del cuore, quando capitano nel momento della “prima volta”, scorrono tutte insieme: come la più grande parata che il vostro essere abbia potuto vivere. Per questo motivo odio le istruzioni per l’uso. Voglio imparare da solo, costruire con le mie mani, pezzi di oggetti che all’inizio appaiono come caos, un nulla che genera confusione. In questo modo ho imparato a cambiare una ruota, smontare il pannello dello ‘Stop’ della mia auto, smontare pezzi di un hardisk, installare un lettore cd-rom, installare programmi, cambiare un serratura, riparare un tavolino, montare una libreria, sfilare una chiave segata in due, sostituire la sacca dell’aspirapolvere, smontare pezzo per pezzo un aspirapolvere, radermi i capelli, pulire il rasoio per capelli, smontare il rasoio per capelli, inventare un arredamento impossibile da pezzi singoli di mobili diversi. Mi fermo qui non perché temo di annoiarvi, quanto perché credo abbia reso l’idea di quanto siano inutili le istruzioni per l’uso. Ho imparato a fare tutto da solo, non perché sia bravo. Tante cose non mi riesco bene, vedi per esempio cucinare (infatti non l’ho annoverato nell’elenco); altrettante cose non sono capace di farle e chissà se mai ci riuscirò: quel che importa è che le mie prime volte devo viverle per ostinazione: come facevo con gli ovetti di cioccolato, quelli con le sorprese. Trascorrevo interi pomeriggi a tentare soluzioni, finché il gioco non cresceva nelle mie mani, non si realizzava a furia di tentativi. Senza istruzioni e senza l’aiuto dei grandi.

Dodicimila e passa giorni a tentare di costruire. E non sempre grazie a esperienze positive: magari avrò gettato via tante variabili, tanti giorni, ma le costanti, anzi LA COSTANTE VOGLIA DI IMPARARE DA SOLO, quella non me la getterà via mai nessuno.

Approcci pratici e metafisici di un meditabondo di provincia.


Cattura

CAPITOLO ZERO.

Spero siate inciampati nel titolo, come era mia intenzione maligna. Ci ho messo quasi mezz’ora per renderlo impraticabile, così come sono stato fermo un giro sull’incipit di questo articolo. Beh, che siate inciampati o abbiate inciampato, spero non vi siate fatti troppo male, perché da oggi nasce questa nuova pagine del blog. Approcci pratici e metafisici. Quel che vien dopo non è rilevante, perché credo abbiate avuto modo di conoscere il folle che redige queste pagine, dunque sorvolo per non pesarvi troppo sulle scatole. Piuttosto sono qui a non far nulla, nell’attesa che qualcuno commenti e mi chieda “ Ma che cosa rappresenta questo nuovo capitolo? Cos’è questa pagina?”.

Bene, visto che me l’avete chiesto, arrivo al dunque senza troppo arzigogolare in un labirinto di seghe mentali.

Quel che conoscete di me, è poca cosa. Ve lo assicuro. Per esempio, sapete che spesso parlo alla mia gatta immaginando quel che potrebbe dirmi se solo le fosse concesso il dono della parola? Sapete che altrettanto spesso rimango male per le sue risposte o peggio ancora scoppio a ridere per una battuta spontanea spuntata sotto i suoi baffi? Sapete per esempio, come vive il rapporto con il denaro e quanto soffra nel sapere che purtroppo ha davvero un valore? Sapete che in realtà, quando mi arrabbio, mi esprimo in dialetto? Sapete cosa voterò alle prossime elezioni? Sapete che non me ne frega nulla se non vi interessa tutto ciò che vi sto dicendo??!

Ecco, il capitolo zero è concluso. Solo per spiegarvi che spesso ho scritto metafore anche balorde per dipingere stati d’animo reali; mi son reso ridicolo e assurdo, per scaraventarvi lontano da me e mostrarvi a distanza quel che ero. Allontanandomi ho saggiato però il piacere di conoscere anche voi, le vostre emozioni, i vostri commenti. Ora credo sia giunto il momento di mostrarvi quel che sono nella vita reale, avvicinandomi a voi lettori con un fare che mi caratterizza. Per esempio, a primo impatto, sembro imbranato, impacciato e forse anche sfigato. Non sono insomma il tipo ideale per il colpo di fulmine, piuttosto sono l’archetipo del colpo di frusta, perché la prima impressione che tommaso fa (e finalmente sono riuscito a scrivere il mio nome per intero su questo articolo!) è di rigidità. Blocco le persone perché non credo esista un esemplare tanto buffo da esser la via di mezzo tra un folletto impazzito e uno zotico romantico.

Per il meditabondo credo che non siano necessari ulteriori approfondimenti. Per il di provincia tengo a fare una precisazione. Non sono di provincia perché semplicemente abito in provincia: io sono un provinciale convinto. Provinciale nell’animo, nel cuore, nelle mani; provinciali erano i miei capelli, ed è divenuta provinciale anche la mia calvizie: ogni attimo della mia esistenza è provinciale. Spero non ci siano fraintendimenti in merito. Amo le piccole cose che forse rischierei di perdere in una grande città, e anche se un giorno il destino mi costringerà a vivere in una metropoli (esagero per rendere l’idea) sarei comunque provinciale, anzi diverrei un nostalgico provinciale – il che, ora che penso, mi attizza più che essere un semplice provinciale-.

C’è poco da fare: anche stavolta ho lasciato il segno. Anche voi siete stati vittima del mio colpo di frusta. Non oso immaginare cosa vi passi per la testa. Spero solo riuscite a sbloccarvi presto, perché dovete spiegarmi che diavolo ci fate ancora su questa pagina che non ha più nulla da raccontare.