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Illuminazione e buio totale

Dimmi di ali.


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E ora ti parlo in piedi, seduto sui miei pensieri che dondolano. Non si finisce mai di imparare come cadere per bene, scuotendo le spalle. Sai illustrarmi un paio d’ali? Così allo stesso modo, lavoro su di me sempre in piedi, seduto sui ricordi: nessuna fotografia, ma solo ripercussioni temporali che tuonano. Sai dirmi di un volo? Su di me, su queste ali acquietate accanto all’anima, sai dipingere un bel cielo?

Se sai spiegare ali, allora sei già lontana, anima mia.

Mi protendo e mi allungo, sempre in piedi, seduto su pensieri e ricordi perché su questi mi cullo. Insegnami a volare distante dalle umane incertezze, perché esse bagnano le ali.

Fammi anima, anima mia. Fammi cuore. E lontano me ne andrò, seduto su di una nuvola che mi circonda di tenere carezze.

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Esprimendo virgole.


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Di quel che la gente dice raccolgo solo strane virgole, poste di tanto in tanto sul soffitto del pensiero. Esse, come suono sordo di un’appendice, nascono senza magia e sentimento, sopravvivendo al discorso con respiri e contrazioni. A volte è solo un condimento, altre un sospirare che rompe l’intercalare, ma spesso senza volerlo, divengono l’espressione del cervello. Dal soffitto del pensiero si fanno spazio, si intrufolano con affanno tra le scale di una congettura e scendono non sul palato, né sul foglio, ma su occhi, labbra e naso.

Ho imparato a leggere anche virgole, perché son pause naturali e incondizionate: sono la voce della coscienza, l’espressione della verità. Una virgola non parla, si esprime. Occhi, labbra, naso. Esprimendo virgole, il corpo si scompone dinanzi a una bugia. E tante parole non raccontano per forza verità.

Signora di passaggio.


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Quante ne ho incontrate come te, signora di passaggio; quante simili e taciturne, hanno incrociato questi occhi dal vivo e sono andate oltre, quasi fuggendo, senza trattener più la pazienza e la compassione per uno che nel silenzio, cerca angoli di paradiso. Perché setaccio a volte, lontano dall’inferno di lingue lì fuori, solo il bene, di quello che riempie lo stomaco e non lascia spazi vuoti, digiuni di parole e fragole di abbracci, telefonate di svuotamento e bocconi di sorrisi strappati a morsi. Il rimpianto sostiene la paura ma da essa è ricacciata lontano, inseguendo tracce di speranza: impronte di nuove giorni entro i quali non ristagni più, signora di passaggio, come dopo i giorni di pioggia, il sole asciuga le pozze impiastrate.

Lacrima che scorri pesante e contagiosa: trattieni ancora un poco il respiro e gonfiati di un sorriso, perché tu riesca a scendere da sola, stavolta. Di passaggio, sia il momento; di una scia, resti l’impronta di gioia bagnata dal sole

Il tuttologo


Frinisco nell’horror vacui di costanti propensioni denigratorie.

Ho semplicemente esposto la teoria secondo la quale, pur non sostenendo alcuna tesi, né tanto meno preoccupandomi di motivarla, urlo il mio sdegno verso qualcosa. Una cosa qualunque, una a caso (nel campo della tuttologia si può spaziare non poco), purché evidenzi movimenti radical, contro tendenza e ribelli. Non ho detto nulla, non era nelle mie intenzioni, ma abbassare ciò altri innalzano è la mia prerogativa.

Così avrò seguaci. Così sarò primo in qualcosa, giacché tutto ciò che di buono si poteva dire, è stato detto. Io provo col male, magari qualcuno si accorgerà di me.

Chi si prenderà cura di noi?


 

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Le certezze sono note interlocutrici a cui chiediamo spesso asilo politico. Per quanto misteriose, esse siedono nelle stanze che abitiamo, ambienti ormai familiari. Dimorano per tutto il tempo accanto a noi, ma se trascurare svaniscono. Così, spesso, mi chiedo dove siano.

Ed esse rispondono.

“Dov’eri tu. Se ti allontani chi si prenderà cura di noi?”.

La verità è esigente, come le certezze: devon essere alimentate.

In senso contrario verso l’arrivo.


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(Fonte, Google Immagini)

 

Il cigolio del carrello porta-vivande echeggiava da un vagone all’altro sempre in senso opposto alla direzione di marcia. Vanna Omodio andava al contrario: serviva tramezzini e caffè annacquato, tentando in ogni modo di raggiungere la coda, prima che la destinazione fosse raggiunta. Aveva imparato a reggere lo sguardo schifato dei passeggeri che considerava porcheria, quel “mangiume” impacchettato sul triste carrello, quasi che la sua dignità di donna e madre, sotto la divisa,  si misurasse in ingredienti e scadenze stampate sulle confezioni. Spesso la chiamavano con un fischio, uno schiocco delle dita, un indice vibrato nel vuoto come intimidazione: Vanna sorrideva e rispondeva “Buongiorno, gradisce qualcosa?”. Spesso non solo le parole la ferivano, anche una semplice smorfia che sapeva poco di umano, una specie di insofferenza verso colei che proponeva, serviva, riscuoteva e infine salutava con educazione. Pensava fra sé che spesso la gente era cinica, involuta, spietata: così, senza motivo, senza ragione. Eppure un viaggio poteva valere tanto, un’esperienza diversa, attese e desideri che si spostavano dalla routine verso nuovi orizzonti. La gente affrontava la novità del viaggio con gli stessi indumenti con i quali malediceva i giorni comuni, saltuari, ordinari. Nessun vero trasporto insomma, ma una continua staticità d’animo in movimento.

Trovava però ristoro e conforto all’ultimo vagone.

La coda del treno era adibita ai pendolari: figure stanche, infiacchite e affannate, ma sempre col sorriso sulle labbra. Viaggiavano con il “motivo” in più, sempre in piedi perché l’attesa del ritorno era arrivo, gratificava una settimana di lavoro, di solitudine, di affetti lontani, di sapore di casa. I pendolari viaggiano al contrario con le intenzioni, tornavano al punto di partenza, al luogo di origine, perché lì risiedeva meglio il cuore. “Passo più tempo con i bagagli che con la mia famiglia”, diceva un tale sorridendo.

“Mi creda, signore è fortunato ad essere pendolare: taluni smarriscono la famiglia come smarriscono bagagli al crocevia dell’ovvietà”.

Il carrello di Vanna smise di cigolare. Finalmente era arrivata in coda, là dove il suo cuore davvero viaggiava su binari di straordinaria ordinarietà.

Un mazzo davvero importante


Le buone idee sono quel mazzo di chiavi che non riesci a tirar fuori in tempo. Così può succedere che qualcuno prima di te apra il cancello dicendo: “Mi permette, scusi?”.

La prossima volta dunque, se ne trovi una, tienila già stretta in mano perché tu possa aprire la strada a qualcun altro.