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Dorsi, non fascette.


Adesso provo a leggere senza scrivere. Allungo la mano e acchiappo un dorso stretto fra tanti dorsi. È il mio libro, quello che ho scelto di leggere.

Probabilmente, questa semplice azione, può sembrare banale.

Come mai sugli scaffali delle librerie ci mostrano solo la faccia, solo la copertina?! Bella, colorata, quasi che incanta… e ciò che più addolcisce gli occhi e il desiderio, è quella fascetta rosso-sgargiante che cita

UN MILIONE E MEZZO DI COPIE VENDUTE

Settima edizione.

Un milione e cinquecento uno.

……………………………………due

……………………………………tre

Stavolta però non scelgo il libro di faccia: voglio il dorso. Penso anche che, uno in fila all’altro, tanti dorsi attendano di mostrare la faccia per essere notati e magari criticati seriamente.

È un attesa che non finisce, perché tra tanti scribacchini ricoperti di fascette, fra tante autorità letterarie sospinte da fantasmi (ghost writers), c’è chi sa scrivere davvero ma aspetta il suo turno, il suo posto sullo scaffale per essere almeno considerato.

Vorrei fare la differenza a volte e leggere non ciò che le fascette, le classifiche bombate, gli articoli strapagati sostengono, ma ciò che una mano non potrà mai raggiungere. Per ogni scaffale, una mano; per ogni scrittore il suo posto , ma se ci fossero più dorsi che facciate sarebbe una libreria familiare, ad uso domestico, a portata di mano insomma.

Insomma ci mostrano ciò che occorre vendere perché anche la lettura, questo piacere quasi ‘eletto’, pare segnato.

Ecco, potremmo fare una semplice scelta: leggere i dorsi la prossima volta, solo il titolo e farci scegliere da loro, dai libri.

Sono i libri che scelgono noi, scelgono il momento migliore per esser letti, il tempo perfetto che si accorda col nostro stato d’animo. Proviamo a scegliere dorsi e non fascette, chissà magari un domani, avremo librerie con scaffali ricchi di dorsi stretti tra loro, senza copertine da business che occupino spazio: una libreria familiare, come quella di casa per intenderci.

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Palloni sgonfiati


Non capisco la tua ostinazione nel chiamarmi ogni santo giorno: cosa vuoi che sia cambiato dall’oggi che era ieri?
A più riprese sospesi su questo tiepido filo di parole, tentiamo di raccontarcela, seppur distanti. Dalla tua parte c’è più vita e, appena me ne accorgo, sorrido e sibilo. Accenno brevi motivi, pause rimpinzate di mugugni sordi e voluttuosi: certo, se solo riuscissi a udire la tua voce, saprei quanto pesanti sono i tuoi discorsi sull’amore. Concreti, per così dire. Rimpiago il tempo smarrito e non ho faccia a raccontarti di un cuore sordo.
Ugualmente ci provo, alla distanza.
Le mie pause, i miei silenzi, non sono distanze, ma intense vibrazioni del fiato, parole mute buttate una volta in sacche di gomma: palloncini.
Nei respiri ho versato le mie paure e di esse ho riempito palloncini, per timore che giungessero, in carne e ossa, dall’altro capo del filo. Paure soffiate e rinchiuse in involucri di plastica, palloncini colorati: speravo una finestra spalancata li disperdesse lontani da me, da te. Per esser vicini, noi.
Giacciono sul pavimento, invece, accanto ai miei piedi, come ombre che si dondolano. Ombre pesanti, palloncini pesanti che non volano. Le paure non possono volare, ti sotterrano.
Mentre ascolto la tua voce, spiffera un palloncino sgonfiato…
… libero un nodo di plastica colorato, apro le finestre: è l’unico modo per far volare via l’aria di paure.

Per tutto il tempo che vogliamo


Ho sentito in radio che le persone distratte, vivono più a lungo. Essere con la testa fra le nuvole, insomma migliora il tenore di vita e allunga l’esistenza. Dicono che la fantasia stimoli i neuroni. Ma lo dicevano anche del sesso, della cucina, dei libri, del bricolage e di tante altre cose che potevano far felice chiunque. Ma la verità, non propriamente scientifica, è che la vita non si allunga, si migliora volutamente, così che ci possa sembrare di invecchiare con serenità. Tuttavia che me ne faccio di novant’anni sterili? Per la verità, nemmeno trenta intensi possono fare invidia, ma c’è una differenza: è il tempo che appunto migliora. Poi sono sceso al piano inferiore, ho letto il comune denominatore in tutte queste statistiche.

Fantasia. E tutti i sinonimi che possono reggere l’idea. Follia, per esempio.

E questa non è affatto una scoperta. Usare fantasia in cucina, mette gioia; i libri sono fantasia pura; esser lontani dalla realtà spesso ci fa volare in posti fantastici, dunque di fantasia; realizzare progetti e oggetti richiede fantasia; anche a letto la fantasia garantisce una vita di coppia più duratura. Forse la vita stessa richiede fantasia, ma questo le statistiche non lo dicono, perché trascurano un particolare, una incognita: non siamo numeri.

Siamo ciò che decidiamo di essere, per tutto il tempo che vogliamo.

L’allagamento preventivo


Davvero vado ai matti quando scorgo una novità. Sarà che gestisco le mie faccende volta per volta, a seconda delle situazioni, così come viene: le preoccupazioni sono affari che m’invento per scalvare la monotonia quotidiana e crearmi un bell’impiego.

Credo aprirò una petizione on-line con “Firma anche tu”; credo che qualcuno debba far qualcosa insomma: da circa tre mesi, nella mia piccola zona, ma anche in città, pare che diversi cittadini vivano una situazione di disagio. Per fortuna posso ritenermi fuori da questo brutto guaio (almeno sino ad ora!), tuttavia, una volta tanto voglio far qualcosa per il prossimo. Ho voglia di intraprendere una campagna di sensibilizzazione a favore di coloro i quali sono vittime di allagamenti casalinghi. Sembra, a quanto appurato dalle mie indagini, che non vi sia una zona predefinita nella quale collocare tale disagio, ma un po’ ovunque, a macchie sparse, diversi onesti cittadini, vivono in questa situazione di precarietà. Il fatto allarmante è che non se ne parla in giro. Nessuna voce, nessuna informazione definitiva. Insomma, ho modo di ritenere che, una buona parte degli interessati, abbiamo tacitamente deciso di insabbiare la cosa, forse per vergogna o per estrema riluttanza al porvi una soluzione decisa. L’unica incognita (e qui la mia tesi non è fondata su alcun dato) è che si sia segnalato il problema attraverso fonti non ufficiali, propriamente attraverso una sorta di emulazione: per la serie, dal momento che siete in tanti, lo faccio anch’io. Non si sa mai.

Ora, non so voi, ma non vi è mai capitato di notare nelle vostre passeggiate estive, eleganti playboy con jeans rivoltati sulla caviglia nuda? Scarpa bassa, mocassino, fantasmino e questo risvolto a mo’ di pescatore?! A primo impatto, ho pensato “Sarà uno del mestiere, poveraccio! Eppure sembra un bel fighettino!”. Dietro costui, sono apparsi altri esemplari. E lì ho capito.

“E’ un problema di allagamento”. Di certo, tornati dalle vacanze, hanno trovato casa piena d’acqua, così, smossi gli abiti salvabili, si son trovati costretti a ripiegare in qualche modo. Per esempio, piegando tutti i pantaloni della collezione nuova.

– Hai casa allagata?! – ho chiesto a uno.

– No, perché?! – mi ha risposto, guardandomi con un vago senso di superiorità.

“Ok, è una misura cautelativa, allora!”.

Giusto! Prevenire, è meglio che curare. Se è uso comune creare risvolti, tutti a svoltarci pantaloni.

Con i miei, ci ho provato. Niente da fare. Non mi piacciono come stanno: scendono male e sembro un babbuino con le zampe colorate. E qui mi chiedo: ma davvero si ‘costruiscono’ mode come si fomentano coscienze?! Cioè, la tendenza a auto celebrarsi con stupidi risvolti (ma questo è solo uno dei tanti modi di indossare la ‘moda’), ‘svolta’ davvero la vita dell’individuo verso un livello superiore?!

Poveretti, allora, coloro che pur di salvare pantaloni, non salvano la decenza e il decoro.

Metti una sera d’estate a Bari


Metti una sera d’estate a Bari.
Passi da un “pane e merda” sul lungomare e scegli il tuo panino.
«Wustèl, checiàp e maionese. Comblet’».
Significa che il tuo hot dog, è un collasso ipercalorico.
Pane e merda, appunto. Da queste parti si dice così.
Prendi la Peroni. Ghiacciata. Sudata, per l’esattezza. E non vai via, se non commerci in crauti.
«Abbondànt, me raccomanne!».
«Acchessì?!».
«Oh, e ci jè la man’ a legger’ tiin’ staser’?! Ammìne!».
Paghi e fai qualche passo. Un morso e quella piastra che ha arrostito i tuoi ‘wustèl’, pare che respiri ancora: borbotta qualcosa attraverso il ‘salsicciotto’.
Ti allontani guardandoti intorno con aria schietta: una coda di affamati ormai è già all’arrembaggio. Ma tu sei fuori.
«Uagliò!».
Qualcuno ti chiama. Non ha pronunciato il tuo nome, ma sai che è per te. Le vibrazioni ti giungono addosso, ti scuotono. A Bari, puoi dire “Uagliò” a chiunque, ma devi saperlo fare. Nessun fraintendimento, altrimenti son guai. Basta accortezza e una buona dose di forza nel collo: schioccare poche lettere e l’accento giusto, garantisce il bersaglio.
«Uagliò!».
Ti volti con un boccone ancora sospeso.
«Mhumhhhhh!» dici. Tradotto sarebbe “Ci jè?!”.
Il ristoratore ambulante, ti guarda serio. Non hai combinato nulla, ma il suo sguardo trafigge.
«Com’jè u’ panin’?!».
Le certezze a Bari sono essenziali. E sono cortesia. Così come accettare ospitalità: devi farlo e basta.
«La fin’ du’ munne!» rispondi ingoiando. Accompagni il complimento con una danza della mano, a tutto tondo. Ma attento. La Peroni che stringi è bagnata. Non farla volare.
Una Peroni schiantata al suolo, a Bari, è omicidio.
«Ci jè, non si’ de Bare?!».
Tant’è che a Bari, vedi cose insolite.
Una comitiva di amici. Con T-shirt smanicate. Gli uomini passeggiano davanti col carrozzino. Belle famiglie! Le donne seguono. Argomenti a tema, secondo i sessi. L’uomo sbraita e parla di calcio o della cronaca locale. Le donne parlano di donne. Del matrimonio della dirimpettaia o dell’ultima teglia di pasta al forno. Seguono i bambini. Meglio sarebbe dire, saette. Corrono per tutto il lungomare, rincorrendosi, urtando i passanti e calpestando feci di cane. Poi passano le suole sugli spigoli dei marciapiedi.
Fai un passo indietro: uomini con carrozzini, donne e bambini.
Giusto il tempo di chiederti a cosa servano carrozzini per bambini che riescono a correre con le loro gambe, e scopri l’arcano.
Cartoni di Peroni. I carrozzini, a Bari, servono per le Peroni.
Mica scherzi!
Tanti carrozzini, tanti cartoni. E capisci perché a Bari, far cadere una Peroni per terra, è reato.
Finalmente ti allontani dalla ‘rulòtte’ e ti accomodi nel luogo di ritrovo più vicino. Romantico. Tale “Ciringhito”. Se non ci sei stato, devi passarci.
Non starò a sprecar parole per descriverlo. Ma tutti i baresi, almeno una volta, ci sono stati. L’hanno lambito col sedere. Eh sì, perché per star comodo, devi sederti. Per terra ovviamente, tra le spume del mare che emano ‘sprofumi’ di alghe.

Finito il panino, ci vuole una passeggiata. Dipende dal romanticismo che ti prende, perché hai due possibilità: o il lungomare, o il borgo antico. Ma qui, se scegli il borgo antico, ci vorrebbe una vera guida che ti accompagni. Bari Vecchia devi studiarla per capirla. O ci devi esser nato. Non tanto per l’architettura o le improvvise stradine che s’aprono davanti agli occhi. Quanto per i personaggi che la popolano. Pare una fiaba. E per questa fiaba, ci vuole un cantastorie ad hoc.

Metti una sera d’estate a Bari. E non dirmi che tu, barese o provinciale, non ci sei stato. Non dirmi che non l’hai fatto. Perché di questo romanticismo spicciolo, un barese, ha bisogno. Anche solo per una sera. Perché devi respirare la città, il ‘profumo’ del mare e il sapore della lingua. Il dialetto barese, ha un gusto speciale. Lo schivi, lo boicotti, ma quando l’ascolti, ti rapisce.
«Ci jè, non si’ de Bare!?».
«Com’jè!!! E vogghije!».
Quindi niente bugie. Bari ti rapisce e basta. Così come rapiscono i luoghi e le luci che brillano sulla tavola blu che ondeggia oltre i lampioni.
Rientri a casa e ti senti ebbro. Cittadino. Hai digerito un pezzo di storia, un legame che non può scindere sangue e città. È la tua città.
Ti addormenti, sorridendo.
Hai anche digerito il panino. Hai profuso il sapore di Peroni.
Sei felice.
E quando pensi ai tuoi guai, sbotti.
«Ma vaffambaccije o’ nas’!».
Eh camin’ vattin’, non dirmi che non l’hai fatto!

Stes(s)i pensieri


Dovrei far qualcosa. Dovrei spingere queste membra a reagire e scrollarmi di dosso una perturbazione che continua a bagnare le impressioni. Vedo solo ostacoli. Una catena di gingilli che non fanno altro che confondermi. Quanto è dura mettersi in moto. E quanto è dura beccare la chiave giusta in una sacca profonda: succede sempre che salta fuori quella che non ti serve.
Ieri sera, per esempio, ho vissuto attimi di terrore.
Non è bastata un’ambulanza a salvarmi. Ce ne sono volute due. Sentivo le sirene rincorrersi per le vie strette e affollate: frenate brusche, suoni di clacson impetuosi, maledizioni estreme verso i passanti che continuavano a fottersene dell’urgenza. La salvezza è messa in questioni di tempo: chi tardi arriva, male alloggia. O al massimo, resta in piedi. Per tutto il resto, basta una raccomandazione.
Sonnecchiavo nel dolore e come indossassi un paio d’occhiali liquidi, la vista navigava in un mare di confusione: figure mobili e sfuocate, allungate come in un enorme bicchiere d’acqua. Visioni. Ero in piazza, o forse nel giardino di casa, non ricordo. Di certo era un luogo scomodo: dentro e fuori non sto mai bene, ultimamente. Un cane s’avvicina e scodinzola. Un altro lo segue e s’avventa. Le fauci spalancate, i denti belli in mostra e un profondo ringhio cupo. Ora non scodinzola più: si beccano, si lanciano all’attacco e io nel mezzo. Due cani in casa mia/in piazza che s’ammazzano. Piango perché non c’è rimedio, non c’è nulla che possa fare. Solo scappare prima che la furia degeneri e investa anche me.
Non riesco a completare il pensiero e già sono travolto: due lupi sono ora e s’incollano alle mani. In breve, le sbranano, ma non sento dolore, ne vedo solo il colore rosso prugna. Penso che dovrei far qualcosa ma il tempo è breve: la salvezza è messa in questioni di termini: chi tardi arriva, non resta nemmeno in piedi più. Svanisce con pezzi di carne.
Due ambulanze: una per me, una per i due bastardi.
Mete opposte. Ma la sanità guida sempre nella stessa direzione.
L’ultimo ricordo è me supino in un mare di dolore che avrei dovuto avvertire, ma lo annusavo solo attraverso gli sguardi dei miei soccorritori.
Adesso che tutto è calmo, penso alla salvezza e allo scampato pericolo.
Penso di pensare seriamente a una visita specialistica.
Non riesco a muovermi.

Dovrei far qualcosa. Dovrei spingere queste membra a reagire e scrollarmi di dosso una perturbazione che continua a bagnare le impressioni. Vedo solo ostacoli. Una catena di gingilli che non fanno altro che confondermi.
Ma questo, forse l’ho detto.

È dormire ora il mio problema. Sognare. O evitare incubi: impressioni capovolte e raddrizzate nell’arco di una notte. Come questa appena passata. Perché in piazza o nel giardino di casa non sto mai bene.
Dormire con una gamba piegata produce incubi. Anche formicolii e immobilità.
Meno male che è domenica e posso recuperare tempo.
La salvezza è messa in questione di tempo e di pensieri.
Anche di incubi.

Il tasto che tanto ci piace!


COME CI VEDE FACEBOOK

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COME SIAMO DI FRONTE ALLO SCHERMO

“Cerco un collegamento che non mi isoli, piuttosto mi leghi al mondo e dimostri che anch’io penso.

Cerco, per esempio, un link.”

La mia bacheca e’ lo specchio della solitudine: i numeratori fondamentali tacciono. Nemmeno un pollice all’insù. Non un commento. Eh figuriamoci se brillo in qualche tag.

Ho il morale a pezzi, santa miseria!

Non posso uscire senza notifiche, che senso avrebbe?! Di cosa parlo altrimenti con gli altri?! Loro continueranno a ridere per quella vignetta che hanno postato più di una settima fa, o del nuovo album ricco di foto e stracolmo di tag. Ma io, in tutto questo, non ci sono. E allora mi invento qualcosa:

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Aspettiamo che succede.

Aggiorna.

Aggiorna.

Niente.

Scroll.

Aggiorna.

E dunque?!

Aggiorna.

Maledizione aggiorna.

Ed eccola finalmente!!! L’icona col mappamondo si e’ illuminata.

’TizioeCaio ti ha inviato una richiesta su ChefVille’.

Mavatteneaffanculo.

Merda! Che nervi!?

Sono davvero così invisibile???!

Che giornata assurda: vi odio, vi odio tutti!!! Adesso vi cancello. Pulizia generale.

Mia madre sbraita che è pronto, ma giuro, che se non arriva un ‘Mi piace’, non mangio! Non è normale. Eppure ho fatto della filosofia come tutti su facebook, che mi manca?!

COME SIAMO VERAMENTE

In un anno, il bottone “mi piace” è diventato un fenomeno globale, tanto che è notizia dell’altro giorno che una coppia israeliana hanno dato questo nome, Like, a loro figlia, perché lo considerano “moderno e innovativo”. L’assoluta abitudine a esprimere un “mi piace” a qualunque cosa ci capiti ha una natura compulsiva, tanto che una blogger famosa di AllFacebook, Ruth Manuel-Logan, ne scritto come di una sindrome. Dalla blogosfera è rimbalzata questa idea, che vi proponiamo: per renderci conto di quanto sia incredibile quello che abbiamo il coraggio di farci piacere, senza far caso che tutti i nostri amici e forse (e questo è peggio) anche chi non conosciamo affatto, può saperlo e tenerne conto, basta controllare tutti i post e i contenuti a cui abbiamo detto “mi piace” nelle ultime ore e farne un piccolo elenco.

(fonte http://www.oneweb20.it/18/05/2011/sindrome-da-mi-piace-su-facebook/)

NOTA A PIE’ DI PAGINA

A parte il fatto che siamo vittime inconsapevoli del fenomeno, se poteste evitare di mettere ‘Mi piace’ a questo articolo, mi fareste cosa gradita, così magari ritorno a navigare con la fantasia, i dubbi, le perplessità di una volta, quando per sapere se piacevo a qualcuna, disperdevo il sonno in una bacinella di seghe mentali. Poi magari arrivava la delusione.

Ma quell’unica volta in cui mi sono sorpreso di piacere veramente, ho navigato in un mare di felicità.