Ad occhio nudo non si vede. (da un racconto inedito)


Il mio guardaroba chiude su camice e pantaloni il panorama del mondo: ogni volta che spalanco le ante, esse come bambini alla finestra della scuola, stanno a guardare curiosi i passanti. I miei abiti, i miei costumi, cercano taglie e misure che vadano bene. Non per la mia spalla, o il mio cavallo. Vadano bene per gli occhi.

Un vestito costoso, prende valore dagli occhi.

Magari al tatto si manifesta, ma ha poca voce in capitolo, perché tutti per strada, al lavoro, in chiesa, in fila agli sportelli postali, si fermeranno a guardarti. A squadrare il tuo abito. Di contro, sotto l’abito ci sei tu: il manichino che veste un tessuto più o meno pregiato, più o meno scarso. Ridicolo è constatare il valore di un manichino. Come nelle vetrine.

Ci sono manichini super e manichini sfigati. Hanno persino belle acconciature, una postura autoritaria, lo sguardo duro e deciso. Ma senza abito, in vetrina, sono solo un pezzi di legno. Questo la gente lo avverte, conosce la differenza tra un manichino spoglio e uno sazio di un tailleur costosissimo.

Ogni volta che sgancio un abito, esso quasi rassegnato, si incolla al mio corpo già cosciente di dover superare la prova. Altro che prova costume! La prova degli occhi.

Un abito prende valore dagli occhi di coloro che ti osservano, c’è poco da fare.

Non a caso siamo noi che dobbiamo adeguarci agli abiti che indossiamo.

“Questo ingrassa”.

“Questo scende male”.

“Questo ti esalta le spalle”.

“Questo ti sfina i fianchi e le gambe”.

È un crescendo. Sino a quando tentate tutte le soluzioni …

“Non c’è un altro colore?!”.

È inutile, battiamo tutte le strade affinché quel maledetto abito possa renderci più “Me stesso”, perché ciò che indossiamo riteniamo possa accresce il valore di noi stessi.

Nessuno si pone la domanda

“Ma è proprio necessario?!”.

Il bisogno continua a urlare vendetta.

Certo che ne abbiamo bisogno, altrimenti cosa sarò agli occhi della gente?!.

Le mie camice piangono miseria per quante volte hanno subito umiliazioni. E dietro di esse, le mie spalle, il mio petto, il mio stomaco. Ho sorvolato sui polmoni e il cuore. Questi mi servono per campare, e dunque sono forti di natura. Per fortuna non indosso cappelli: la testa è milite esente in questa guerra di occhi e sguardi di cecchini.

Ma l’abito che non indosso mai è quello della disperazione. Perché spesso, vivo meglio di nascosto e ad occhio nudo non si vede. Nessuno può misurarmi taglie inconcludenti.

Questa vita è quella che ci manca, perché sperperiamo minuti preziosi a preoccuparci di quanto valore possano dare occhi di estranei, alle nostre camice.

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